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All'Astra il Divorzio di Alfieri ritratto di un'Italia immorale

Fino al 26 febbraio al teatro Astra sarà in scena “Il Divorzio” di Vittorio Alfieri, nuovo spettacolo con la regia di Beppe Navello, direttore della Fondazione TPE.

Sul palco dodici giovani attori: Daria-Pascal Attolini, Fabio Bisogni, Roberto Carrubba, Diego Casalis, Riccardo De Leo, Marcella Favilla, Fabrizio Martorelli, Alessandro Meringolo, Stefano Moretti, Alberto Onofrietti, Riccardo Ripani, Camillo Rossi Barattini. Tutti sono stati formati nelle migliori scuole italiane e hanno partecipato a un laboratorio sul verso condotto dallo stesso Navello. Le scene sono di Francesco Fassone, i costumi di Barbara Tomada e le musiche di Germano Mazzocchetti.“Vittorio Alfieri è il più grande autore di tragedie della nostra storia letteraria – spiega il regista - ed è stato applaudito in tutta Europa come un italiano anomalo e ammirevole per statura morale e forza poetica. Alla fine della sua vita ha deciso di scrivere alcune commedie. Mi è sempre sembrata straordinaria la figura di Alfieri, e mi è tornata in mente in questo periodo particolarmente difficile della nostra accidentata vita civile.Così ho trovato particolarmente bello proporre l’ultima commedia del conte astigiano a una pattuglia di giovani attori provenienti da tutta Italia, per affrontare un progetto di formazione e di avviamento alla professione teatrale condiviso con Fondazione CRT: non è un caso che la mia generazione abbia dimenticato il repertorio alfieriano, tutto deve essere facile, commestibile e digeribile nel mercato triturante dello spettacolo nostrano. Ma i giovani, ai quali stiamo consegnando un paese per il quale ogni giorno sentiamo vergogna, si sono appassionati nel raccontare questa commedia amara e divertente di vita all’italiana. Sentire lo sdegno sarcastico di Alfieri, riproporlo al pubblico con la forza di un lessico esemplare per sobrietà e ricchezza espressiva, libera lo spirito costretto nelle poche centinaia di espressioni alle quali è definitivamente condannata la lingua italiana contemporanea; e travestire i suoi personaggi con i caratteri eterni della mediocrità patria, con i ceffi imperituri dell’impudenza sociale, della politica gaglioffa, dell’ambiguità morale ci fa capire che qualcosa di eterno e imperituro è all’origine della nostra secolare decadenza”.Il divorzio di queste commedie è l’ultima, la più amara, quella in qui la metafora dell’Italia svenduta all’immoralità è più chiara. Vi si racconta di due famiglie che cercano di combinare un matrimonio di convenienza legando una coppia fatta da un ragazzo sciocco e una ragazza scaltra. È scaltra a tal punto, la ragazza, che riuscirà a mandare a monte lo sposalizio non per puntare all’amore o alla libertà, ma per sposare un vecchio decrepito, danaroso e morituro; uno da sfruttare a proprio piacimento ancora meglio del giovane stupido. Il padre di lei, preoccupato solo di non spendere in dote e cerimonia, s’adatterà all’affare. Mentre la madre di lei, dopo aver condotto in porto la trattativa con il vecchio “marito”, finirà a propria volta fregata dalla figlia che le ruberà l’amante e i favoriti (i quali, senza mezzi termini, interrogati, spiegheranno che a parità di guadagno, è da preferire la carne fresca…). Insomma, un orrore morale – visto con gli occhi di Alfieri – che oggi ci pare non solo contiguo al nostro vivere accartocciato sul deserto etico nel quale vaghiamo ciechi, ma addirittura familiare: siamo ciò che siamo sempre stati, viene da dire. Se non fosse che la storia si chiude con un’invettiva finale di rara efficacia: “O fetor de’ costumi Italicheschi,/ Che giustamente fanci esser l’obbrobrio/ Di Europa tutta”. Non c’era l’Ue, nel 1800, né Merkel e Sarkozy ridevano pubblicamente del nostro sconcio premier, ma

 

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