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Davide Coppola contro Golia Fassino

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C’è un piccolo tarlo che la recente decisione del Tar Piemonte, mettendo di fatto in dubbio l’elezione di Roberto Cota a presidente del Piemonte, ha instillato. Quello della certezza del voto. Proviamo spiegarci: esiste un Tribunale, la Corte d’Appello, che ammette le liste. E, a quanto pare, adesso esiste un altro Tribunale, quello amministrativo regionale, che (dopo) le esclude. Il tarlo? Scava scava, arriva a una considerazione di fondo: il giudizio “successivo” può essere pilotato, a seconda di chi vinca e di chi perda le elezioni.
Per carità, si capisce che ciascun magistrato agisca in buona fede e che cerchi di applicare la legge. Ma se è così, la legge non va proprio. Perché, per esempio, si potrebbero ammettere nei tabelloni elettorali alcune liste, ben sapendo che sono viziate da irregolarità, poi vedere se una certa parte prevale e quindi contestarne la legittima partecipazione al suffragio. La conseguenza è l’annullamento di caterve di preferenze chiaramente espresse, che per vizi formali si cancellano con il classico colpo di spugna.
A chi scrive poco importa di Cota e di Bresso. Tuttavia bisogna seriamente porsi la questione del primato democratico e dell’insindacabilità del voto. Ci troviamo di fronte a un giudice amministrativo che ritiene le liste Scanderebech e Consumatori non validamente presentate, perché avrebbero, a suo dire, dovuto raccogliere le firme. Cosa che non hanno fatto e che, in effetti, andava benissimo a un altro giudice, la Corte d’Appello. Quest’ultima, anzi, su analoghe eccezioni aveva esplicitamente escluso qualsiasi irregolarità. In tal modo molti elettori di centrodestra hanno optato per i Consumatori o per Scanderebech, essendo perfettamente a conoscenza del fatto che – dando tali preferenze – avrebbero anche votato Roberto Cota presidente.
Se così è, allora gli elettori sono stati ingannati da un giudice. Quello che di fatto ha detto loro: “andate pure alle urne tranquilli, le liste che ci sono sulla scheda elettorale le ho verificate io, potete tranquillamente tracciare la vostra crocetta, coscienziosamente, democraticamente, serenamente”. E poi sono stati tartassati da un altro giudice, che adesso dice loro: il vostro voto non vale nulla, perché lo avete dato a chi non ha presentato le firme, mentre a mio avviso - interpretando un recentissimo regolamento regionale - avrebbe invece dovuto raccoglierle.
Come avrebbero votato questi elettori se non avessero trovato Scanderebech o i Pensionati sulla scheda? Persino un presidente di Tar potrebbe capirlo, visto che una lista si chiamava “Pensionati per Cota”, con il nome di Cota scritto a caratteri cubitali, e visto anche che Scanderebech ha raccolto voti attaccando frontalmente l’UDC per l’alleanza con le sinistre.
In questo bailamme politico giudiziario, si agitano i protagonisti. A cominciare da Mercedes Bresso, donna tanto simpatica con chi gli è amico, quanto feroce con chi non lo è. La zarina ha parlato di voto “con l’inganno” e di sentenza che “conferma il suo ricorso”. Peccato che lei quel ricorso lo avesse prontamente ritirato, quando Cota e la Lega favorirono, non più di qualche settimana fa, il suo arrivo a Bruxelles con tanto di carica, stipendio e viaggi pagati. Lei lo ha ritirato, mentre gli altri (Verdi e radicali, per esempio, ma pure l’Udc) hanno perseverato.  Quindi si è andati avanti con la manfrina: oggi Cota dice addirittura di volersi dimettere prima del giudizio, di preferire andare a nuove elezioni e di vincere senza “se” e senza “ma”.  Probabilmente il suo avversario, a questo punto, sarebbe Sergio Chiamparino ed è ovvio che con cotanto concorrente, prevalere non sarebbe poi così scontato.
Democraticamente, serenamente e pacatamente, resta una sola notazione da fare: quella che tutto è nato dal fatto che Cota ha vinto per un pugno di voti. Ha vinto, ha ragione, siamo noi i primi a dirlo. Ma c’è più della metà del Piemonte che non l’ha votato: continui il suo mandato, persegua gli obiettivi che si pone per lo sviluppo della nostra regione, lavori per il bene comune, faccia ricorso al Consiglio di Stato contro una sentenza in effetti bizzarra. Però abbandoni quella spocchia, forse involontaria, che ne ha caratterizzato le uscite presidenziali. Sono i fatti a parlare, non i proclami ideologici.
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Dispiace un po’ che il risultato della partita sia scontato. Perché in fondo, malgrado il discutibile metodo con cui s’è imposto il nome di Michele Coppola per la candidatura a sindaco del centrodestra, la scelta non è malvagia. E perché, con un competitore tenace e avvantaggiato (da almeno 18 punti percentuali in partenza) come Piero Fassino, l’idea di cambiare certi triti meccanismi subalpini è registrabile soprattutto alla voce “utopia”.

Il rischio concreto, concretissimo, con un sindaco come Fassino, è di ripiombare negli anni di grigiore alla Diego Novelli, durante i quali la città subì uno dei  peggiori colpi alla propria vitalità, alla creatività, all’immagine nel resto del Paese, all’amore da parte dei suoi stessi cittadini, alla realizzazione di infrastrutture e al progresso in genere. Ricordate gli anni ’80? Ci si vergognava quasi di dire in giro che si  abitava sotto la Mole. E tutti giù a criticare la città grigia, operaia, noiosa, petulante.

Un pessimo sindaco come Valentino Castellani parve un gioiello raro, dopo gli anni di Novelli e dei suoi successori (salvo la colpevolmente breve parentesi di Valerio Zanone) capaci di affossare una grande metropoli al  ruolo di sudditanza culturale e morale nei confronti di Roma, Milano, persino Napoli. Il  (da noi spesso) criticato Sergio Chiamparino, confrontato a un tristo funzionario del Pci quale pare essere il pur ottimo uomo politico Fassino, potrebbe risultare un primo cittadino da rimpiangere amaramente.

C’era l’ipotesi Profumo, capace forse di realizzare un’osmosi tra certi ambienti che mai si sono troppo incontrati in città e di fare un ulteriore passo verso lo sviluppo di un’area metropolitana che per dimensioni, potenzialità economiche, posizione geografica, potrebbe di diritto appartenere al circuito di platino dei grandi  centri urbani europei.

Oggi, magari non proprio per questo motivo, il centrodestra propone il  nome di un personaggio come  Coppola. Al di là della gioventù (uno può essere vecchio e bravo, come giovane e incapace) ha dimostrato partendo da zero di sapere raggiungere obiettivi, creandosi un’ampia base di consenso e amministrando oggi l’assessorato alla Cultura senza badare troppo alle sirene elettorali e alla compiacenza nei confronti dei grandi centri d’interesse e delle cordate che da anni imperversano, tenendo sotto  scacco gli assessori e i  loro cospicui bilanci derivanti in toto dalle nostre tasse.

Diciamo che l’età può essere comunque in qualche modo significativa: un dato anagrafico come quello di Coppola, forse casualmente, disegna un progetto di crescita della classe dirigente dei moderati in città, di una vasta fetta di popolazione che – non essendo mai stata comunista – spesso s’è buttata su partiti come la Margherita o i Moderati, semplicemente perché detesta Berlusconi Silvio da Arcore.

Ora l’uomo ha una grande responsabilità. Ha già dichiarato che non ha alcuna intenzione di darsi per vinto in partenza, ovviamente. Con ogni probabilità sulla poltrona di sindaco siederà Fassino, ma a noi resta la curiosità di vedere cosa potrebbe fare per la nostra città una persona come Coppola, su quello scranno. Si dice che il sale della democrazia sia l'alternanza. Un po' come gli amministratori di condominio,  che  dopo  un po' di anni sarebbero da cambiare, per evitare troppe "stranezze" contabili e gestionali. Ma a Torino, l'alternanza è per l'appunto considerata antidemocratica.

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