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Espiamo i nostri peccati

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Un tempo c’era il cilicio, gli anacoreti cristiani lo indossavano sulla pelle per fare penitenza e mortificare la carne. Restò in uso ai penitenti, ad alcuni pellegrini e come arma di santificazione e purificazione. I peccati vanno espiati, anche a costo di patimenti. Oggi il Dio che ci chiede di fare penitenza per le nostre colpe non è più una Trinità, ma un Giano bifronte che oltretutto ha la capacità miracolosa di racchiudere in sé centrosinistra e centrodestra. Ha un corpo indefinibile e due teste, quelle di Sergio Chiamparino e di Letizia Moratti.

I due sindaci di Torino e di Milano si sono riuniti in conclave nel capoluogo lombardo e hanno sancito che per lavarci dalla colpa, dovremo ancora una volta sottoporci al loro verbo. Il moderno cilicio si chiama “blocco della circolazione” e serve a farci capire quanto pessimo sia il nostro animo nell’impuntarci a utilizzare le auto che i loro partiti ci hanno incentivato (con le nostre tasse) ad acquistare.
Quanto bieca sia la nostra pervicacia nel volerci spostare con le quattro ruote in due città, delle quali l’una (Torino) ha una rete di metropolitana rappresentata da mezza linea e l’altra (Milano) non è nemmeno lontanamente paragonabile a quelle di tutte le altre metropoli europee. Vista la serietà delle due divinità in questione, ovviamente la penitenza non sa tanto di cilicio, quanto piuttosto pare paragonabile alla pratica inveterata di salire sulla sedia e dire chicchirichì, oppure pronunciare una frase in cui non ci sia nemmeno una “R”, o financo fare una dichiarazione d’amore a casaccio. Bloccarci le auto di domenica ha lo stesso risvolto pratico che avrebbe costringerci al raccogliere un fazzoletto con la bocca senza aiutarsi con le mani. In un caso e nell’altro, vogliamo dirlo ai due primi cittadini, l’inquinamento non diminuisce affatto.
Perché ci viene da domandare quale sia il fine di queste manifestazioni propagandistiche. Ce le propinano da decenni, con grandi plausi delle varie stampe di regime. E con la felicità negli occhi dei soggetti fotografati dai giornali, che si dicono invariabilmente entusiasti di vedere la loro città priva degli orribili mezzi di locomozione almeno per un giorno.
Stranamente non viene mai intervistato chi aveva deciso di sbrigare una commissione domenicale e intendeva per questo utilizzare il mezzo faticosamente quasi acquistato a rate e per il quale paga regolare tassa di circolazione (non di blocco) alle istituzioni pubbliche. Ma sia come sia, resta il punto nodale di tutta la vicenda: se non serve a diminuire lo smog, peraltro creato per la maggior parte dai fumi industriali e da quelli prodotti con il riscaldamento invernale delle abitazioni, a che serve vietarci l’uso della nostra vettura, toglierci il diritto di muoverci liberamente nella nostra città?
Ma ad espiare, è chiaro. Quindi a colpevolizzarci per colpe che non sono nostre, essendo loro. Perché, pagando tasse del tutto paragonabili a quelle degli altri Paesi europei, non arriviamo a comprendere quale sia l’arcano mistero che renda l’Italia il Paese a più bassa concentrazione di ferrovie metropolitane. Non è colpa nostra, non è un peccato che noi cittadini dobbiamo espiare, lo espiassero loro, che invece circolano liberamente e magari con autista pagato con denaro pubblico.
E, pur rimanendo invariato il tasso di polveri sottili nell’aria, il risultato c’è. In fondo ormai tutti ci sentiamo un po’ cattivi e in colpa per doverci muovere sui viali trafficati, pagare il parcheggio a Gtt, ricordarci di versare le rate dell’auto, corrispondere quanto dovuto per il bollo e l’assicurazione obbligatoria. Siamo dei cattivoni che ad ogni pieno riempiono le casse dello Stato con il 70 per cento della somma appoggiata sulla mano del benzinaio-cassiere.
Alla fine ce la fanno a trasformarci in penitenti colpevoli, con il nostro cilicio espiativo. Colti da improvvisa sindrome di Stoccolma, alcuni di noi sono persino grati a questi carcerieri che da un lato ci incentivano a comprare le macchine per far contenti i loro amici industriali, dall’altro non ci forniscono mezzi pubblici puntuali e decorosi per poter andare (che so) a lavorare o a portare i bimbi a scuola e che, per finire, incassano i soldi che tasse e balzelli sulle quattro ruote garantiscono al pubblico erario.
La colpa è nostra. Siamo vili peccatori. Andiamo a piedi, almeno una domenica ogni tanto. Così, persino i magistrati, eviteranno di indagare le nostre divinità sindaci perché non fanno nulla di concreto per ridurre l’inquinamento.
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