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Bianchi naviga a vista, il Toro ha bisogno del suo bomber

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TORINO, 6 settembre - E’ stata una bella fe­sta di compleanno quella della mamma di Rolando Bianchi: baci, brindisi e, tra i regali, un sorriso non forzato. Quello del­l’attaccante: più sereno, tran­quillo. In campo mancava da quasi un mese: e molto è man­cato. Intanto ieri ha potuto tranquillizzare la famiglia, ol­treché chi l’ha chiamato del To­rino per informarsi delle sue condizioni. Nessun dolore par­ticolare alla schiena, se non qualche piccolo fastidio ancora inevitabile, visto quanto gli è capitato. Nessun contraccolpo inaspettato, figlio della fatica agonistica. La mezz’ora abbon­dante che l’ha visto di nuovo protagonista, sabato notte nel­la ripresa contro il Crotone, è trascorsa - almeno ieri - senza lasciare tracce negative nel fi­sico, controindicazioni, preoc­cupazioni. Ma scrivere a chia­re lettere che Bianchi è e sarà costretto a navigare ancora a vista, a lungo, è una verità so­lare. In attesa dei nuovi con­trolli fissati per oggi alla Si­sport, quando medici e prepa­ratori torneranno a vederlo e a valutare la situazione, resta­no alcune convinzioni positive che esulano dai discorsi pretta­mente fisici. «Uno come Bian­chi è importantissimo per noi ­- spiegava l’altro giorno Petra­chi - e quando sostengo questo non penso soltanto al suo con­tributo sul terreno. Alludo an­che alla sua professionalità, al suo carisma, al suo equilibrio: la sua presenza è fondamenta­le per la squadra pure nello spogliatoio». Ritrovare Bian­chi, insomma, significa per Lerda contare su un giocatore di statura superiore dal primo allenamento settimanale fino al giorno della partita: utile nel trainare i compagni, capace di trasmettere positività, deter­minante nel rafforzare le po­tenzialità della squadra. Si può sperare.

PERICOLI - Si può sperare, cioè, che i segnali positivi di ie­ri si riverberino anche oggi, al­la Sisport. Durante la prepa­razione estiva, anche per via di alcune metodologie nella scel­ta del lavoro atletico e di alcu­ni esercizi coi pesi che oggi non verrebbero più adottate, è com­parsa un’infiammazione ossea sopra l’osso sacro, nella parte bassa della schiena. In soffe­renza è progressivamente an­data una delle lamelle di una vertebra: edema, dolori forti e crescenti, difficoltà a compiere i movimenti anche più sempli­ci. Con, in linea teorica, pure il rischio che questa patologia (non rara, specie tra gli atleti) degenerasse (se non ben cura­ta) nella spondilolisi: crepe os­see, fratture da stress. Con, quale conseguenza, la neces­sità di intervenire chirurgica­mente per fissare una plac­chetta con delle viti. Per fortu­na tutto ciò non si è verificato. Un po’ in extremis, comunque l’inversione di tendenza c’è sta­ta. Il riposo, le cure e una ripre­sa prudente del lavoro hanno modificato di giorno in giorno il panorama, in meglio. Fino a consentire a Bianchi di seder­si in panchina, sabato, e di aiu­tare i compagni a raggiungere almeno il pareggio, nel secondo tempo. Quanto la sua presen­za sia stata minacciosa per i crotonesi e confortante per i compagni si è notato subito. Bianchi ha combattuto senza remore con i difensori avversa­ri e si è prodigato in alcuni ge­sti atletici potenzialmente ri­schiosi, data la sua patologia. Ne è uscito bene: senza conse­guenze immediate, senza po­stumi a freddo. E senza paure, lì per lì. Ecco perché poteva sorridere, ieri. Di sicuro non si è risparmiato. Ma non stupi­sce, conoscendo il carattere del capitano. «Uno spirito come il tuo si vede raramente», gli hanno detto il preparatore atletico del Torino, Domenico Borelli, e Rocco Perrotta, il collaboratore che segue specifi­catamente gli infortunati. In sintesi: voglia, determinazione, combattività. Lo spirito del ca­pitano, appunto. Cui faceva ri­ferimento anche il ds e, fin dal­la prima ora, Lerda.

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