Alla Stampa 132 milioni non valgono un'intervista
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- Categoria: Attualità
- Pubblicato Martedì, 18 Settembre 2012 11:42
- Scritto da Adriano Lovera
TORINO 18 Set (Però Torino) - Stamattina, in città, qualcuno avrà dovuto cambiare abitudini. Tra un salto al bar e la ricerca del parcheggio, si entra in edicola e si resta indecisi. Si fa per prendere la solita Stampa, ma come lasciarsi sfuggire il numero di Repubblica, che mette in bella mostra un'intervista del direttore Ezio Mauro a Sergio Marchionne, a.d. della Fiat, così criticato in queste ore?
Con un bel titolo rassicurante “La Fiat resta in Italia”, anche se poi nel testo si dice che resta ma solo il minimo indispensabile, visto che ormai in Europa non si vendono neppure le biciclette. Insomma, è comunque l'intervista del giorno. Difficile da battere con un titolo “eccitante” come quello della Stampa, “L'Italia sta facendo bene” detto da Angela Merkel. Però qualcosa non quadra. La Stampa non è della Fiat? Altro che. È un giocattolo che costa circa 132 milioni di euro l'anno (la voce “costi di produzione” del bilancio 2011 della società Editrice La Stampa). Un giornale forte di 200 giornalisti validi, che però stamattina avranno sfogliato stancamente le pagine della concorrenza (si fa per dire, a questo punto), mentre il caffè andava di traverso. Perché quando c'è da tappare i buchi, presentare i nuovi modelli, scrivere sul filo del rasoio per fare un'informazione economica accettabile ma senza dare in testa al padrone, vanno bene gli scriventi di proprietà.
L'intervista a Marchionne, quella no. Il bello è che non compare neanche sul Corriere della Sera, altro grande quotidiano dove la Fiat ha una partecipazione importante, che pesa ogni volta che c'è da scegliere il direttore (anche se ancora non sono riusciti a spedire Mario Calabresi a Milano). No, neppure. Le paginate con Marchionne vanno a Repubblica, quotidiano di Debenedetti. Ma perché? Mauro è stato il più veloce di tutti a comporre il numero di telefonino di Marchionne? Figuriamoci, a quei livelli è tutto concordato. Si spera che venga letto dal minor numero possibile di torinesi? Non si capisce, ma a Torino funziona così. Non ci sarebbe nulla di cui vergognarsi ad avere un giornale e usarlo per spiegare le cose, tanto conta la sostanza non il contenitore. Oppure è per dare la parvenza di un mercato dell'informazione indipendente. Ma fateci il piacere. Sta di fatto che sotto la Mole siamo “falsi e cortesi”. Si cura la forma, perché fa più deontologicamente corretto, più radical chic. E chi se ne importa se quel giorno il tuo giornale vende di meno, tanto si sa: non serve a fare soldi, ma è uno strumento di potere. Solo quando serve, però.
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