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Marco Beniamino Brioschi, da Torino alla Cina: "Come vendere gli immobili d'Oriente"

Salpare da Torino e approdare ad essere un importante interlocutore nel panorama del mercato immobiliare cinese. È difficile, ma non impossibile: tenacia, capacità e fortuna, con tali caratteristiche Marco Beniamino Brioschi è riuscito a dare del “tu” al Dragone, prima acquistando terreni da costruire, poi dandosi da fare per la costruzione di tanti edifici e quindi cominciandobilo una fase di commercializzazione degli immobili stessi, in Cina come in Europa.

Semplice a dirsi, un po’ più complesso a farsi. Brioschi, per riuscire nell’impresa, ha prima imparato il cinese, quindi si è mosso sul complicato mercato orientale con prudenza e pazienza. L’imprenditore torinese ha quarantaquattro anni ed è uno dei pochissimi italiani ad essere azionista di maggioranza di una società cinese. Gli altri casi sono rarissimi, perché normalmente il governo cinese preferisce "collaborazioni" con gli stranieri, ma mantiene la proprietà delle società saldamente in mani indigene.

Laureato ad Albany, nello stato di New York, alla fine degli studi approda alla HBSC Bank e lavora presso le sue filiali di Londra e di Zurigo. Suo compagno di studi in America è stato un giovane cinese, che gli impartisce i primi rudimenti della lingua mandarina. Alla banca svizzera gli affidano in fretta e furia i clienti cinesi degli istituti bancari europei. Nel corso della sua attività conosce la famiglia Tang, diventandone gestore finanziario, finché nel ’99 lascia la sua scrivania elvetica entrando a far parte di alcune cooperative edilizie insieme ai Tang. Così diventa anche socio maggioritario della cooperativa che diventerà in futuro B.ilo, una delle sue attuali società.

Ecco l’intervista che il torinese Marco Beniamino Brioschi ha rilasciato alla testata online AtNews:

Un bel traguardo, non c'è che dire! Come è stato possibile realizzare il miracolo cinese?

Intanto la lingua è stata il supporto determinante - si apre Brioschi con l'interlocutore - Parlo il cinese semplificato (il mandarino), poi ho conquistato la fiducia del signor Tang ed è iniziata la grande avventura. Con i soci cinesi, abbiamo acquistato i primi terreni che non avevano valore, pensi che in Cina al tempo non era riconosciuta nemmeno la proprietà privata. Abbiamo rischiato ed è andata bene”.

Intanto il Paese, nel Duemila, è entrato nel Wto, il sistema del commercio mondiale, questo ha avviato la privatizzazione, da lì la formazione delle prime società a capitale privato.

Nasce cosi Bilo (www.bilo-finance.com) quella attuale che tra partecipazioni dirette ed indirette, gestisce un “impero” (abituati come siamo ai numeri e alle dimensioni italiane od europee), oltre i confini cinesi: 7 mila 719 appartamenti in proprietà o affitto e 1860 fra uffici e negozi, più altri immobili in Cambogia, Vietnam e Laos Mongolia”.

Nel 2004, con l’aumento del benessere e l’incremento dei consumi i maggiori introiti nelle famiglie cinesi, è aumentata la richiesta di abitazioni.

Bilo, disponeva dei terreni che con il piano del Governo sono diventati tutti edificabili, ceduti a costruttori locali.

Una cessione redditizia per entrambi. Esempio: da un lato la società di Brioschi metteva a disposizione il terreno, dall'altro l'impresario costruiva dieci palazzi in cambio, un forte sconto sul denaro flottante e accordo di gestione a Bilo di due palazzi da affittare.

Come vive un italiano in Cina, anche se nelle alte sfere?

“Ho accettato le regole che vigono in quella parte di mondo dove emergono ancora principi e formule condivise- conferma Marco – I cinesi si sono occidentalizzati, sono più arroganti e selettivi come lo erano i giapponesi negli anni Ottanta. Ti fanno sentire sempre straniero. Io, privilegiato, ho un solo passaporto che mi permette la libera circolazione all'interno della Cina che va rinnovato ogni anno. Non potrò mai ottenere la cittadinanza neppure se sposassi una cinese o avessi un figlio tutto sommato non mi dispiace amo l’Italia e amo essere Italiano….”.

Quale migliore occasione per capire se sia ancora interessante investire in Cina?

Dipende dal comparto e da che cosa si vuole fare – avverte Brioschi – Con un Paese che registra una crescita del Pil attorno al 10% annuo, ci sono certamente parecchie alternative di investimento. I cinesi ad oggi non hanno know-how per produrre direttamente e bene ma stanno imparando molto in fretta e come tale fino ad un certo punto il nostro sapere europeo può essere merce di pregio sotto questo aspetto. Oggi investirei nell’importazione di materie prime, nelle energie alternative, o nello smaltimento dei rifiuti e nella tutela dell’ambiente che per la Cina sta diventando un problema primario. Mi sentirei anche di spezzare una lancia su cosa proponiamo come investimento immobiliare, con la Sea Building www.seabuilding.org.

E' una formula che dà le maggiori garanzie, perché, superato il dubbio sulla distanza che ci separa dal Continente cinese, per il resto più la Cina si occidentalizza e più  si tutela con un numero maggiore di leggi certe.

C'è grande necessità di servizi per il mercato interno o per i Paesi “satellite” (Laos, Cambogia, Vietnam). Il mercato cinese  rimarrà emergenteper altri venti-trenta anni, perché prevale la logica del movimento, rispetto all'immobilismo”.

Perchè l'Europa vede la Cina come il grande nemico economico?

L'Unione Europea, ha perso la grande occasione - ammette Brioschi – nel 2003  quando ai festeggiamenti per l'arrivo della Cina  in forme commerciali di collaborazione, sono immediatamente scattati i dazi sui prodotti cinesi. E ' una fortuna che la Cina non  è interessata a far guerre economiche e spiego il motivo. I cinesi detengono il 38% del debito pubblico americano, il 20% del debito pubblico di Spagna e Portogallo è detenuto da fondi di investimento di banche cinesi, solo per fare due esempi, Non può esserci interesse a sgomitare o a far precipitare la situazione. Su questo si può stare tranquilli”.

E gli imprenditori italiani come se la passano e ci sono possibilità di sviluppo?

Gli imprenditori hanno ancora grosse possibilità di investimento - conclude Marco -  Si registra una presenza di oltre settecento imprese italiane, siamo al quarto posto negli scambi nella bilancia commerciale con la Cina. Le nostre tre grandi opportunità sono nel know how italiano, nel comparto agroalimentare e nella moda. E non dimentico l'indotto.

La fortuna in Cina dipende anche dallo spirito con il quale si affronta questa sfida. Alcune imprese italiane sono arrivate per apprendere il modo di pensare e di operare dei cinesi, molte altre, invece, con mentalità provinciale, sono arrivati con le proprie idee  preconcette e preconfezionate, poco aperti alle usanze e alle leggi locali. E si sono fermate, tornando a casa con le pive nel sacco.

La Cina continuerà ad essere per molto tempo ancora un'opportunità eccezionale”.

Dipende come si affronta il drago.. Lo si può cavalcare o rimanerne schiacciati….

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