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Frode fiscale milionaria: sequestrato anche il Castello di Balangero

Guardia-di-FinanzaTORINO 10 nov (Però Torino) – Un sequestro di beni del valore di oltre due milioni di euro, tra conti correnti, quote societarie ed immobili di pregio, tra cui il Castello di Balangero (Asti) e 31 tra case ed uffici a Moncalieri (Torino), Asti, Milano, all'interno della "Galleria Buenos Aires", Collecchio (Parma) e Roma.

 

La guardia di finanza di Torino ha eseguito il provvedimento nei giorni scorsi, agendo sulle proprietà di due imprenditori edili, padre e figlio, operanti a Torino, ma anche in Lombardia, Emilia Romagna e nel Lazio: l'accusa è di frode fiscale mediante l'uso di fatture per operazioni inesistenti.

 

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L'inchiesta è condotta dai magistrati torinesi Vincenzo Pacileo e Marco Gianoglio, a seguito di una verifica dell'Agenzia delle Entrate condotta nei confronti della società immobiliare "La Torre s.r.l.", dietro la quale figuravano i due "immobiliaristi" con rapporti in una decina di società tra le città di Torino, Roma e Collecchio (Parma): tutte si avvalevano della consulenza di un noto commercialista piemontese, ora indagato insieme ai due imprenditori.

 

Alla base della frode fiscale l'operazione con la quale la società "La Torre s.r.l." ha venduto un edificio di dieci piani, destinato ad uffici in Torino, ad una società di leasing milanese, per poi riottenerne il godimento in locazione finanziaria. Per incrementare fittiziamente il valore del palazzo sono stati simulati svariati trasferimenti di proprietà, con il coinvolgimento di prestanome e la costituzione ad hoc di una decina di società facenti capo ai medesimi "immobiliaristi". La plusvalenza così generata e l'imponibile IVA correlato sono stati poi "neutralizzati" mediante l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per 10 milioni di euro, con l'evasione di IVA per 2 milioni.

 

Per ostacolare gli eventuali controlli, i due "ideatori" della frode hanno costituito due società con l'identica denominazione "La Torre s.r.l.": una con sede a Torino e l'altra in Emilia Romagna, a Collecchio (PR). Quest'ultima, grazie all'equivoco dell'identica denominazione, era riuscita ad incassare gli assegni emessi a favore dell'impresa torinese destinata al fallimento, così facendo perdere le tracce dei fondi ricavati con le operazioni immobiliari.

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