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La crisi - fronteggiata per mesi dando fondo ai risparmi e ritoccando i consumi - da inizio anno è arrivata a tagliare di brutto la spesa mensile. Dopo un calo del 3,6% nel 2009 rispetto al 2008, da gennaio a giugno la flessione è stata di un ulteriore 10 per cento. Adesso si spendono 2291 euro al mese contro i 2493 del 2009, i 2586 del 2008, i 2358 del 2006 e i 2291 del 2005. Lo sostiene l’osservatorio della Camera di Commercio che non fa teoria, ma conta uno per uno gli scontrini di spesa di 240 famiglie campione.
La ricerca, coordinata da Luigi Bollani dell’Università di Torino, rivela che se l’andamento del primo semestre fosse confermato a fine 2010 i consumi ritorneranno in cifra assoluta al livello del 2005.
Un bel salto indietro anche perché, seppur modesta, l’inflazione ha eroso al potere di acquisto almeno un 1,5-2 per cento all’anno. Torino - città ancora diffusamente operaia - fa fatica, mentre Milano se la cava meglio: la spesa media delle sue famiglie è superiore del 10 per cento a quella torinese. Più soldi che girano e anche maggiori spese per la sola casa, senza le bollette, che a Milano si porta via il 35% del reddito e a Torino il 28. E nella crisi si sono acutizzate le differenze sociali. Le famiglie operaie hanno consumato sempre meno e quelle di imprenditori o liberi professionisti hanno speso sempre di più. Fatto cento il 2008, si verifica che nel 2009 per tutti i beni non alimentari gli operai hanno speso 74, imprenditori e liberi professionisti 184, i lavoratori in proprio 113, impiegati e quadri 104.
La recessione ha anche spazzato via quelle abitudini di consumo che si andavano seppur lentamente radicando: biologico e equo e solidale flettono pesantemente, segno evidente che nelle difficoltà i consumatori più che alla qualità e alla solidarietà badano al risparmio.
Per far quadrare i bilanci, i torinesi hanno rinunciato sempre più a viaggi e vacanze, mentre restano stabili le spese per ricreazione e spettacoli - in aumento del 2% - che compensano un poco i mancati fine settimana fuori città.
Cresce, invece, il peso del settore alimentare nel bilancio complessivo, arrivato a drenare il 14% delle risorse contro l’11 del 2008. Il dato è una ulteriore conferma delle difficoltà: il peso del settore alimentare, infatti, è tanto più alto quanto più la famiglia è povera.
Inoltre compensa la riduzione della spesa per pasti fuori casa. Nei primi sei mesi del 2008 il 65% delle famiglie torinesi andava a cena fuori almeno una volta al mese, nel 2009 la percentuale era scesa al 53 e adesso è precipitata al 40 per cento.
Ci sono i dati oggettivi - la minor spesa e il concentrarsi in quelle indispensabili come la casa che drena il 42% dei bilanci - e poi ci sono le percezioni. Un dato inedito riguarda la percezione della crisi. Il 36% delle famiglie dichiara di aver subito una variazione del reddito, ma oltre il 76% delle famiglie lamenta una diminuzione della capacità di spesa, spesso anche a fronte di un reddito invariato. Solo il 2% dichiara di aver avuto un aumento di reddito, che però solo per l’1% si trasforma in aumentata capacità di spesa. Dalle interviste effettuate risulta che le rinunce proporzionalmente più elevate riguardano i mezzi di trasporto (60%), i prodotti tecnologici (33%), gli elettrodomestici (33%), il ristorante e la pizzeria (31% e 26% rispettivamente) e i locali di spettacolo (28%). E per pura necessità ci si rassegna anche all’acquisto a rate tradizionalmente aborrito dalle parsimoniose famiglie torinesi: erano solo il 14% ad utilizzarlo nel 2008; adesso la percentuale è salita al 19.
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