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'Repubblica' loda il peculato che fu

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TORINO 12 dic (Però Torino) – Nella sua scientifica e preordinata opera di demolizione delle istituzioni pubbliche, il quotidiano “la Repubblica”, riesce persino a prodursi in una sorta di inno al peculato, purché raccontato da uno dei potenti che controllano la grande stampa italiana e riferito agli anni che furono.

Sulle pagine torinesi del quotidiano di De Benedetti Franzo Grande Stevens, avvocato della famiglia Agnelli (tra l’altro condannato nel febbraio 2013 a un anno e quattro mesi per aggiotaggio informativo nell’ambito dell’operazione finanziaria che nel 2005 permise agli Agnelli di tenere il controllo del Lingotto nonostante gli impegni con le banche) pontifica: “Non solo gli scandali si susseguono – dice, in riferimento ai consiglieri regionali del Piemonte – ma mi sorprende anche la meschinità”. La stessa tesi di Luciana Littizzetto nella sua rubrica da Fazio, insomma: se si deve rubare, sembrano dire questi maestri del pensiero, lo si faccia seriamente e per cifre che valgano la pena, come accadeva nella prima Repubblica o come hanno fatto il compagno Penati, l’amico Lusi. Mica trenta euro di mutande poi rimborsati, quasi per paura di essere “beccati”. Lui, Grande Stevens, per farsi condannare penalmente, si è di certo interessato a cifre ben più rilevanti.

Ragionamento che, nella sua ipocrisia, ha un fondo di verità. Tanto o poco, non bisogna rubare né farsi rimborsare indebitamente, specie quando si amministra la cosa pubblica. Ma è l’attacco alle istituzioni che stupisce, così feroce e cieco. Tanto cieco, da parte di “Repubblica”, da non notare che nella lode per i bei tempi andati, l’avvocato di casa Agnelli elogia persino un peculato: “Ero molto giovane ed ero arrivato a Torino da poco tempo. Andai a Dogliani a incontrare il presidente della Repubblica Luigi Einaudi – cosa che, probabilmente, non era così abituale per gli altri immigrati napoletani in Piemonte -. Mi fece accomodare e mi indicò due uomini della sua scorta. ‘Vede, mi disse il presidente, oggi quei due signori sono scontenti’. Gliene chiesi la ragione ed Einaudi rispose che aveva dato loro l’incombenza di tagliare la siepe del giardino. Mi spiegò che, siccome erano arrivati da poche ore e non avevano nulla da fare, in quel modo si sarebbe occupato utilmente il loro tempo”. Peccato che, cari Grande Stevens e cara “la Repubblica”, proprio per comportamenti del genere alcuni consiglieri regionali del Piemonte sono stati naturalmente indagati e pubblicamente sputtanati da “la Repubblica” stessa: utilizzare per finalità private i dipendenti pagati col soldo pubblico, per i Pm è peculato. La villa di Dogliani, della ricca famiglia Einaudi, è ed era infatti una residenza privata.

Se non è un reato capitale mandare la segretaria di un gruppo a spedire due raccomandate anche personali, tuttavia risulta incredibile che – per stigmatizzare il gonfiato scempio attuale – si indichi un comportamento analogo. Fa persino sorridere il botta e risposta. Il giornalista chiede al condannato Grande Stevens: “Come mai le è venuto in mente quel lontano episodio, avvocato?”. E lui, serafico e geneticamente superiore: “Perché penso che oggi chi amministra la cosa pubblica non si comporterebbe allo stesso modo”.

Invece alcuni si comportano proprio così, utilizzano dipendenti pubblici per fini privati, anche se forse in molti non si fanno dare mazzette da milioni di euro com’è accaduto per decenni o come recentemente s’è fatto nel Lazio, mazzette che ai suoi e agli occhi della Littizzetto parrebbero meno meschine, poiché quantitativamente interessanti. E quando si verificano comportamenti come quello del compianto presidente Einaudi, i Pm accusano i consiglieri di turno di peculato, li indagano e talvolta li rinviano a giudizio.

Ma quando ci si scaglia contro qualcosa, forse per favorire qualcuno (alcuni dicono i fantomatici “poteri forti”), non si può andare troppo per il sottile. Una strategia di distruzione, quella de “la Repubblica”, che è supportata anche da altri quotidiani del giro Mediobanca-Fiat-Pirelli, come “La Stampa” e “Il Corriere della Sera”.

Anche al giornale degli Agnelli, tanto per fare un esempio, si è registrato il caso di un giornalista che gonfiava i rimborsi e i pasti “di servizio”, magari consumati con famiglia al seguito nei giorni di riposo dal lavoro (in gergo giornalistico “di corta”), ma naturalmente – dopo averlo prepensionato in tutta fretta, evitando un licenziamento che sarebbe stato scandaloso – la cosa è stata messa a tacere, per evitare di rovinare innanzitutto l’immagine del quotidiano stesso. Per le istituzioni pubbliche, le cautele non esistono, nè si pesa la gravità quantitativa. Tuttavia, a quanto pare, invece che favorire i supposti “poteri forti”, la tenaglia magistratura-stampa democratica, ha dato fiato soprattutto al Movimento 5 Stelle e recentemente ai cosiddetti Forconi. Ora tutti pronti a stupirsi e a indignarsi per l'inclinazione alla violenza di alcuni.

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