Via la divisa, inizia il sogno Stampa
Scritto da Cristina Insalaco   
Venerdì 20 Maggio 2011 21:01

mod_28Si accendono i riflettori e Carillon incanta il suo pubblico soffiando bolle di poesia. Paolo Casanova lavora come vigile del fuoco a Grugliasco, ma quando si infila il naso rosso diventa clown “Carillon”. Una vita in costante equilibrio tra dolore e serenità.

Carillon non è il classico clown che inscena gag e fa sgambetti, che con andamento sciocco fa ridere e divertire. No, lui il suo pubblico lo vuole far emozionare, meravigliarsi e sorridere.

Pantaloni larghi a quadri, guanti bianchi, un ciuffo di capelli rossi meccanizzati che ruota sulla sua testa, entra in scena e riempie l’aria di delicate bolle di sapone. Gli occhi sorpresi dei bambini sono pieni di magia, mentre gli adulti si lasciamo trasportare in un mondo più leggero, dove è bello perdersi e stupirsi per le cose semplici.

«Gli applausi sono l’anima del circo - dice - quando finisco lo spettacolo riesco sempre a commuovermi. E questo il pubblico lo capisce». Lavora per galà, spettacoli teatrali, convention, feste private, dalla XXVII edizione del Golden Circus Festival, allo spettacolo teatrale di Ambra Orfei "Natale nello spazio"; spesso  porta nello show anche marionette e burattini, e per alcuni anni ha  lavorato negli ospedali come “clown in corsia”.

Per lui «fare il clown è un dono, è un talento innato da regalare agli altri». Pur senza provenire da una famiglia circense, (suo padre è un pastore evangelico, sua madre una casalinga),  questo sogno che aveva da bambino diventa il suo progetto di vita. E le bolle di sapone sono per lui un modo di trasmettere poesia con il corpo. «Sono bellissime,  però basta un niente e spariscono. Un po’ come la precarietà della vita. Oggi ci siamo, e un domani non ci siamo più».

Ma di giorno Carillon è Paolo Casanova, il vigile del fuoco che con l’elmetto e la divisa gialla e nera si sveglia ogni mattina per salvare vite. Combatte contro il fuoco, contro il tempo, contro la morte. Entra dentro le fiamme, arriva in posti dove sono rimasti solo più panico e disperazione. Porta in salvo la gente, e la vede anche morire. Tra lamiere, lacrime e fumo è il piccolo eroe di quelle persone che aggrappate alle sue braccia gli affidano la propria vita. «Sono giornate piene di gratificazioni» dice quasi con pudore, scostante verso un'ammirazione che immagina di non meritare.

E pensare che fino a qualche anno fa faceva tutta un’altra cosa. Lavorava per un’azienda di design di carrozzeria, girava il mondo, ma a un certo punto l’impresa chiude e Paolo,  sposato e con due bambini, si trova a dover ricominciare tutto da capo. Due nuovi lavori, una nuova vita.

«Adesso mi sento un po’ come Peter Pan, un eterno bambino, un inguaribile sognatore.  In questo corpo di 45 anni sento addosso la spensieratezza di quando ero un ragazzo. A volte sogno troppo, ma per fortuna c’è mia moglie Tonia, che quando vado troppo tra le nuvole mi tira giù». E se gli chiedi qualcosa del suo futuro lui risponde che non lo sa. «Non mi piace pensarci troppo, preferisco vivere il presente, vivere ogni giorno con il suo affanno, vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo».

Una volta Roberto Benigni ha detto: «Vorrei tanto essere un clown perché  è l’espressione più alta del benefattore». Quando Paolo mette in gioco se stesso per salvare vite, quando si veste da clown per mimare sogni, benefattore lo è per davvero. Un benefattore di occhi che brillano e sorrisi strappati.

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