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Provate a sedervici Stampa
Scritto da Cristina Insalaco   
Domenica 22 Maggio 2011 14:32

DSC_0039-1Per guardarli devi mettere la testa storta. Sono i mobili di Giuseppe Bruno, che di creare sedie e tavoli dritti non ne vuole sentir parlare. Troppo banali. Il suo laboratorio è una fabbrica di fantasia.

C’è il comodino per la cameretta di una bambina che è tagliato in un modo che s’inchina per arrivare all’altezza dei più piccoli, ci sono sedie che sembrano spezzarsi, portafiori che corrono incontro al padrone di casa, tavoli che si inginocchiano e si piegano per facilitare la lettura di un libro. O ancora una sedia con delle lattine e scatolette di tonno sotto le gambe, «questa è la sedia di un gigante, racconta lui, ma prima era troppo bassa. Così, per farlo stare più comodo, si è alzata salendo sopra ad una lattina di coca cola e scatolette d’acciughe e tonno».

È come se qui, quando entri nella sua bottega, le cose più insensate riuscissero a trovare un senso. A vedere le sue geniali lavorazioni del legno sembra d’entrare in un cartone animato. E come il guardaroba di Belle, de “La bella e la bestia”, che la aiuta a scegliere l’abito migliore, ti aspetti che da un momento all’altro saltino fuori il candelabro Lumiere e l’orologio Mr. Tockins a inscenare favolosi balli e canti insieme ai piatti e alle forchette della credenza.

Giuseppe Bruno ha 33 anni e scolpisce il legno da quando ne aveva sei, quando da bambino osservava suo padre lavorare e cercava di imitarlo. La sua famiglia ha un’attività che si occupa d’antiquariato e restauro d’arte da oltre quarant’anni, «io sono nato tra il legno- racconta- tra i coltelli per intagliarlo e il suo profumo che mi restava addosso».

L’idea di dar vita a mobili storti nasce dal suo desiderio di ribaltare la normalità e rovesciare gli schemi, « il mondo è troppo rigido e lineare- dice Giuseppe - e ha troppa paura di essere davvero se stesso. Gli uomini pretendono troppo da sé, si preoccupano della grandezza finendo per perdersi nella semplicità. Bisogna lasciarsi andare, liberarsi, rilassarsi, evadere dalle consuetudini».

Quando lavora, lo fa ispirandosi ai bambini, alla genuinità dei loro sorrisi e dei loro sguardi curiosi che non conoscono il mondo, lavora per quegli adulti che non sono mai cresciuti, che nonostante tutto continuano ad avere una visione romantica della vita. «L’ispirazione c’è sempre, soprattutto quando sono felice, è sempre presente in me e nella realtà che mi circonda. A volte ho un’idea ben chiara in testa, la disegno e la realizzo, altre, l’idea è sfuggente e nebulosa e lascio che le mie mani la modellino da sé senza schemi. Altre volte ancora, lascio solo andare libero il mio inconscio di bambino». Nel suo laboratorio la creatività prende forma di continuo, «un giorno mi costruirò una casa tutta storta e andrò a vivere lì, magari in mezzo a un bosco» dice sorridendo.

Lui i suoi tavoli e le sue librerie li vuole far muovere, correre e ballare, stancare e poi sedersi. Gli vuol far dire tutto ciò che non riescono a dire. «Quando ero più piccolo, ho sempre visto i mobili come esseri viventi con una loro storia, con le loro amicizie secolari e con tante di quelle cose che hanno visto e che vorrebbero raccontare ». Perché il suo non è un semplice scolpire, lui cerca l’anima del legno. «Ogni albero ha un’anima, ha una sua storia, lo sento quando lo tocco, quando lo abbraccio. Quando entro in un bosco e mi sento in pace con il mondo. In ciò che realizzo poi, un altro pezzo d’anima è la mia, il mio compito è dare al legno un senso d’esistere. »

E la gente, quando vede le sue colorate creazioni non riesce a non sorridere. «Il commento più bello, racconta, mi è stato fatto da un quindicenne: sei un pazzo mi ha detto, ma geniale».

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