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Società
Da Lampedusa a Porta Palazzo: il Sermig, l'Arsenale e i migranti Stampa
Scritto da CittAgorà   
Mercoledì 25 Maggio 2011 10:38

l'Arsenale della Pace Sono 50 uomini e 6 donne gli ultimi ospiti arrivati all’Arsenale della Pace. Vengono da Tunisia, Libia, Costa d’Avorio, Mali, Ghana, Nigeria, Somalia.
Tranne i tunisini, in possesso del permesso temporaneo concesso dal governo a 20.000 persone provenienti da quel paese, sono tutti richiedenti asilo. Alcuni non sanno neppure cosa vuol dire e credono di avere risolto con quella carta ogni problema, non sanno che alla fine sarà una commissione prefettizia a stabilire se potranno fermarsi o no.

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Torino: la protezione giuridica della persona debole Stampa
Scritto da Mara Martellotta   
Mercoledì 25 Maggio 2011 08:27

Si svolgerà  venerdì 27 maggio a Torino presso il Centro Incontri della Regione Piemonte, in corso Stati Uniti 23, dalle 8 alle 18, il convegno dal titolo “La protezione giuridica della persona debole fra interdizione ed amministrazione di sostegno. Modelli, metodologie e percorsi d’intervento per superare la criticità del sistema”.

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Provate a sedervici Stampa
Scritto da Cristina Insalaco   
Domenica 22 Maggio 2011 14:32

DSC_0039-1Per guardarli devi mettere la testa storta. Sono i mobili di Giuseppe Bruno, che di creare sedie e tavoli dritti non ne vuole sentir parlare. Troppo banali. Il suo laboratorio è una fabbrica di fantasia.

C’è il comodino per la cameretta di una bambina che è tagliato in un modo che s’inchina per arrivare all’altezza dei più piccoli, ci sono sedie che sembrano spezzarsi, portafiori che corrono incontro al padrone di casa, tavoli che si inginocchiano e si piegano per facilitare la lettura di un libro. O ancora una sedia con delle lattine e scatolette di tonno sotto le gambe, «questa è la sedia di un gigante, racconta lui, ma prima era troppo bassa. Così, per farlo stare più comodo, si è alzata salendo sopra ad una lattina di coca cola e scatolette d’acciughe e tonno».

È come se qui, quando entri nella sua bottega, le cose più insensate riuscissero a trovare un senso. A vedere le sue geniali lavorazioni del legno sembra d’entrare in un cartone animato. E come il guardaroba di Belle, de “La bella e la bestia”, che la aiuta a scegliere l’abito migliore, ti aspetti che da un momento all’altro saltino fuori il candelabro Lumiere e l’orologio Mr. Tockins a inscenare favolosi balli e canti insieme ai piatti e alle forchette della credenza.

Giuseppe Bruno ha 33 anni e scolpisce il legno da quando ne aveva sei, quando da bambino osservava suo padre lavorare e cercava di imitarlo. La sua famiglia ha un’attività che si occupa d’antiquariato e restauro d’arte da oltre quarant’anni, «io sono nato tra il legno- racconta- tra i coltelli per intagliarlo e il suo profumo che mi restava addosso».

L’idea di dar vita a mobili storti nasce dal suo desiderio di ribaltare la normalità e rovesciare gli schemi, « il mondo è troppo rigido e lineare- dice Giuseppe - e ha troppa paura di essere davvero se stesso. Gli uomini pretendono troppo da sé, si preoccupano della grandezza finendo per perdersi nella semplicità. Bisogna lasciarsi andare, liberarsi, rilassarsi, evadere dalle consuetudini».

Quando lavora, lo fa ispirandosi ai bambini, alla genuinità dei loro sorrisi e dei loro sguardi curiosi che non conoscono il mondo, lavora per quegli adulti che non sono mai cresciuti, che nonostante tutto continuano ad avere una visione romantica della vita. «L’ispirazione c’è sempre, soprattutto quando sono felice, è sempre presente in me e nella realtà che mi circonda. A volte ho un’idea ben chiara in testa, la disegno e la realizzo, altre, l’idea è sfuggente e nebulosa e lascio che le mie mani la modellino da sé senza schemi. Altre volte ancora, lascio solo andare libero il mio inconscio di bambino». Nel suo laboratorio la creatività prende forma di continuo, «un giorno mi costruirò una casa tutta storta e andrò a vivere lì, magari in mezzo a un bosco» dice sorridendo.

Lui i suoi tavoli e le sue librerie li vuole far muovere, correre e ballare, stancare e poi sedersi. Gli vuol far dire tutto ciò che non riescono a dire. «Quando ero più piccolo, ho sempre visto i mobili come esseri viventi con una loro storia, con le loro amicizie secolari e con tante di quelle cose che hanno visto e che vorrebbero raccontare ». Perché il suo non è un semplice scolpire, lui cerca l’anima del legno. «Ogni albero ha un’anima, ha una sua storia, lo sento quando lo tocco, quando lo abbraccio. Quando entro in un bosco e mi sento in pace con il mondo. In ciò che realizzo poi, un altro pezzo d’anima è la mia, il mio compito è dare al legno un senso d’esistere. »

E la gente, quando vede le sue colorate creazioni non riesce a non sorridere. «Il commento più bello, racconta, mi è stato fatto da un quindicenne: sei un pazzo mi ha detto, ma geniale».

 
Via la divisa, inizia il sogno Stampa
Scritto da Cristina Insalaco   
Venerdì 20 Maggio 2011 21:01

mod_28Si accendono i riflettori e Carillon incanta il suo pubblico soffiando bolle di poesia. Paolo Casanova lavora come vigile del fuoco a Grugliasco, ma quando si infila il naso rosso diventa clown “Carillon”. Una vita in costante equilibrio tra dolore e serenità.

Carillon non è il classico clown che inscena gag e fa sgambetti, che con andamento sciocco fa ridere e divertire. No, lui il suo pubblico lo vuole far emozionare, meravigliarsi e sorridere.

Pantaloni larghi a quadri, guanti bianchi, un ciuffo di capelli rossi meccanizzati che ruota sulla sua testa, entra in scena e riempie l’aria di delicate bolle di sapone. Gli occhi sorpresi dei bambini sono pieni di magia, mentre gli adulti si lasciamo trasportare in un mondo più leggero, dove è bello perdersi e stupirsi per le cose semplici.

«Gli applausi sono l’anima del circo - dice - quando finisco lo spettacolo riesco sempre a commuovermi. E questo il pubblico lo capisce». Lavora per galà, spettacoli teatrali, convention, feste private, dalla XXVII edizione del Golden Circus Festival, allo spettacolo teatrale di Ambra Orfei "Natale nello spazio"; spesso  porta nello show anche marionette e burattini, e per alcuni anni ha  lavorato negli ospedali come “clown in corsia”.

Per lui «fare il clown è un dono, è un talento innato da regalare agli altri». Pur senza provenire da una famiglia circense, (suo padre è un pastore evangelico, sua madre una casalinga),  questo sogno che aveva da bambino diventa il suo progetto di vita. E le bolle di sapone sono per lui un modo di trasmettere poesia con il corpo. «Sono bellissime,  però basta un niente e spariscono. Un po’ come la precarietà della vita. Oggi ci siamo, e un domani non ci siamo più».

Ma di giorno Carillon è Paolo Casanova, il vigile del fuoco che con l’elmetto e la divisa gialla e nera si sveglia ogni mattina per salvare vite. Combatte contro il fuoco, contro il tempo, contro la morte. Entra dentro le fiamme, arriva in posti dove sono rimasti solo più panico e disperazione. Porta in salvo la gente, e la vede anche morire. Tra lamiere, lacrime e fumo è il piccolo eroe di quelle persone che aggrappate alle sue braccia gli affidano la propria vita. «Sono giornate piene di gratificazioni» dice quasi con pudore, scostante verso un'ammirazione che immagina di non meritare.

E pensare che fino a qualche anno fa faceva tutta un’altra cosa. Lavorava per un’azienda di design di carrozzeria, girava il mondo, ma a un certo punto l’impresa chiude e Paolo,  sposato e con due bambini, si trova a dover ricominciare tutto da capo. Due nuovi lavori, una nuova vita.

«Adesso mi sento un po’ come Peter Pan, un eterno bambino, un inguaribile sognatore.  In questo corpo di 45 anni sento addosso la spensieratezza di quando ero un ragazzo. A volte sogno troppo, ma per fortuna c’è mia moglie Tonia, che quando vado troppo tra le nuvole mi tira giù». E se gli chiedi qualcosa del suo futuro lui risponde che non lo sa. «Non mi piace pensarci troppo, preferisco vivere il presente, vivere ogni giorno con il suo affanno, vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo».

Una volta Roberto Benigni ha detto: «Vorrei tanto essere un clown perché  è l’espressione più alta del benefattore». Quando Paolo mette in gioco se stesso per salvare vite, quando si veste da clown per mimare sogni, benefattore lo è per davvero. Un benefattore di occhi che brillano e sorrisi strappati.

 
Torino: la riscossa del rubinetto, battuta l'acqua minerale Stampa
Scritto da Redazione Però   
Martedì 29 Marzo 2011 19:37
Ricordate quando l'acqua del rubinetto era imbevibile, puzzava di cloro lontano un miglio e serviva soltanto più per farsi la doccia o lavarsi le mani? Be', grazie al cielo quei tempi sembrano finiti. Così calano le bottiglie di "minerale" sulle tavole dei torinesi, che tornano a bere l’acqua del rubinetto. Lo evidenzia uno dei punti dell’indagine sulla soddisfazione per i servizi pubblici locali presentata oggi in Municipio.
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