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Un racconto torinese Stampa
Scritto da Luca Chioatero   
Martedì 15 Marzo 2011 14:52

torino_1Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Durante tutto il week-end il tempo è stato orribile. Non ha smesso un attimo di piovere ed è tornato anche il freddo. Dalla mia finestra che domina la piazza vedo la gente frettolosa e brusca nei movimenti, sotto grossi ombrelli pesanti, per lo più neri.
C’è grossa insoddisfazione in giro, un fermento bloccato sul nascere.

 

Torino è diversa quando piove, più di altre città.
E’ triste, è un desiderio espresso ma non realizzato.
Torino con la pioggia è una promessa non mantenuta.
La gente vorrebbe uscire, passeggiare, ma non può: è bloccata in casa, come in tutti i lunghi mesi invernali. E’ vero ci sono i cinema, i teatri, gli eleganti caffè del centro. Ma è diverso.

Scendo un attimo per andare a prendere il giornale.
Davanti a me un ragazzo sta attraversando il grande corso portando un grosso sacchetto di cartone contenente la spesa; nell’altra mano due cani al guinzaglio e un pollice ingessato. In quel punto le macchine arrivano a grande velocità dalla rotonda,  non hanno visibilità oltre la curva e c’è sempre il rischio di essere investiti. Esattamente a metà attraversamento gli si rompe il sacchetto, fradicio per la pioggia, e cade a terra tutto il contenuto. Lui ha un attimo di indecisione: rischia la vita per recuperare tutto, oppure scappa via fregandosene?
Io, di fronte, ho la stessa esitazione: stessi rischi ma oggetti non miei.
Allora decido di fare finta di niente e passo oltre.
Poi qualcosa mi blocca, mi rendo conto che non è giusto e torno indietro.
Mentre raccogliamo tutto velocemente, penso: “ecco è finita, adesso arriva una macchina e muoio così, in maniera così stupida,  per aiutare un estraneo”.
Infatti una macchina arriva, inchioda sul bagnato. Rumore di morte. Chiudo gli occhi. Sono ancora vivo, ha frenato in tempo. Corriamo sul marciapiede, chiedo dei sacchetti di nylon alla ragazza dell’ottica, sistemiamo le cibarie. Nel frattempo il mio ombrello è finito chissà dove, ma non importa. Il ragazzo, vent’anni, capelli lunghi, sguardo spaventato, mi ringrazia.
Quando va via mi chiedo se ne valesse la pena: quattro vite, considerando anche i cani, messe a rischio per venti euro di spesa.
Razionalmente no, non ha senso. So solo che se avessi continuato dritto, lasciandolo solo con il suo problema non mi sarei sentito bene.
E penso che forse la vita è proprio questo: saper dare e rischiare. Due cose che non ho mai saputo fare.
La nostra esistenza non può essere un calcolo matematico, non è seguire sempre la strada più sicura. Mi vengono in mente le più grandi invenzioni, gli artisti, i piccoli negozi.
Dicono che ci sono i “rischi calcolati”. Può essere, ma a me sembra una contraddizione.

C’è una scintilla.
Questo è: una scintilla che in certi momenti si accende, e ci consiglia che cosa fare; spesso non la seguiamo perché siamo sommersi dai pensieri.
E i pensieri sono come quel parente, ne esiste uno in ogni famiglia, che ha sempre la risposta giusta per tutto, sa sempre che cosa è meglio fare in ogni situazione;  peccato che però lui sia così triste e ai pranzi di famiglia lo vedi sempre amareggiato; allora forse ti chiedi se è il caso di essere così saggi e seri.
Il credente chiama Dio questa scintilla, altri anima o karma, o semplicemente quella voce interiore che ci fa capire che non siamo soli, mai.
Ci sono dei segni che possono colorare la nostra vita.
Anche in una città grigia, fredda e triste come la mia Torino di sabato scorso.

www.lucachioatero.blogspot.com

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