| Da stasera al via al Conservatorio i concerti dedicati dall'Unione Musicale a Franz Liszt | ![]() |
| Scritto da Mara Martellotta |
| Mercoledì 12 Gennaio 2011 16:51 |
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Stasera al Conservatorio Giuseppe Verdi inizieranno le serate che l’Unione Musicale dedicherà a Franz Liszt. Alle 21 il concerto di stasera prevede l’esibizione al pianoforte di Michele Campanella. Domenica 16 gennaio, sempre al Conservatorio alle 16.30, il Coro filarmonico Ruggero Maghini di Torino, diretto da Claudio Chiavazza, con l’organista Luca Benedicti, eseguirà di Liszt l’Ave Maris Stella R. 499, l’Ave verum corpus R. 500, l’Ave Maria R. 497 e la Via Crucis R. 534 e l’Ave Maria R. 496. Mercoledì 19 gennaio prossimo, sempre alle 21, al Conservatorio, il pianista Enrico Pace eseguirà di Liszt la Deuxième Ballade in si minore R. 16, la Sonata in mi minore R. 21, l’Isoldens Liebetsod dal Tristano e Isotta, l’adelaide R. 121 e le Réminiscense de Don Juan R. 228. È esistito un solo Franz Liszt o ce ne sono stati molti? Il bambino che a dodici anni, mentre studia a Vienna, viene baciato affettuosamente sulla fronte da Beethoven dopo essersi esibito alla Kleine Redoutensaal (1823) e viene chiamato dall’editore Diabelli a scrivere una delle Variazioni su un proprio tema di valzer (1824). L’adolescente rimasto orfano di padre e che, a Parigi, dove vive con la madre, costruisce un mondo di relazioni artistiche più ampio dei confini della musica, ma che ascoltando un concerto di Paganini decide di fare di se stesso il più grande pianista dell’epoca. L’uomo che si ritira dalle scene concertistiche a soli trentacinque anni per dedicarsi alla composizione, alla critica e alla teoria. Il cosmopolita romantico e ribelle che vive storie d’amore appassionate con donne già sposate, con le quali fugge per l’Europa conducendo una vita sradicata: fra la Svizzera e l’Italia con Marie d’Agoult, che gli diede tre figli e gli fece da ghost writer per i suoi primi scritti musicali; fra Weimar e Roma con Carolyn zu Sayn-Wittgenstein. L’uomo di religione che dopo il fallimento definitivo dei suoi progetti di matrimonio con quest’ultima abbraccia la chiesa cattolica e riceve gli ordini minori per affrontare il periodo più doloroso della sua vita, segnato dalla morte della figlia primogenita. Il polemista, l’ideologo, il sostenitore più fervido della musica “a programma” prima e di quella “dell’avvenire” poi, quando costruì con Wagner un sodalizio solo per qualche tempo incrinato dall’unione di questi con la figlia Cosima. Il maestro di una legione di pianisti le cui ultime discendenze hanno prodotto nuovi allievi ancora fino a pochi decenni fa. Il giovane efebico che guarda lontano, fuori dall’inquadratura, dai dagherrotipi di quando aveva trent’anni, l’elegantissimo abate della mezza età e l’anziano che conserva ostinatamente lo stesso taglio di capelli per incorniciare un volto diventato più morbido e vulnerabile, ma non più debole. Difficile trovare un altro musicista che abbia riassunto in modo altrettanto vario e completo la fenomenologia della vita d’artista in un secolo, l’Ottocento, che ha riplasmato l’immagine stessa dell’arte e ha riconosciuto in Liszt un prototipo a due facce: un modello da imitare e un’eccezione da esaltare nella sua irripetibile unicità. Il 2011 è l’anno che celebra il bicentenario di Liszt, nato il 22 ottobre 1811 in un villaggio a cento chilometri a sud di Vienna, Doborján (oggi Raiding), dove il padre si era da poco trasferito in qualità di tesoriere degli allevamenti di pecore del principe Esterházy. I tre concerti di gennaio che a Torino inaugurano la ricorrenza sono uno specchio dell’interesse che la nostra epoca nutre per la sua musica, concentrando sempre più l’attenzione su un tratto rimasto in lui costante fino alla vecchiaia: una forma di apertura al nuovo, di curiosità esistenziale e intellettuale, che gli ha permesso di rimanere fedele a se stesso in tutte le sue metamorfosi artistiche e personali. La musica composta da Liszt nell’ultimo decennio di vita, più o meno tra il 1775 e il 1885 (sarebbe morto a Bayreuth nel 1886), è da questo punto di vista la testimonianza più penetrante e sorprendente dell’impossibilità di contenere l’opera di Liszt all’interno di un’unica cornice. Solo l’estrema libertà da lui acquisita nel tempo e il bisogno di realizzare immagini sonore il più possibile aderenti alla corrente dell’emotività gli permesso di concepire brani indipendenti da ogni preoccupazione stilistica, tecnica e di linguaggio. I brani di quegli anni, per la maggior parte destinati al pianoforte, sembrano l’annotazione di altrettante improvvisazioni, divagazioni delle dita che scorrono sulla tastiera senza neppure il bisogno di avere un centro armonico, tonale, e che dipendono dalla forza di impressioni tali da imprimere loro un carattere assolutamente visionario. La morte, amara compagna di viaggio di Liszt fin da quando, sedicenne, perse il padre, si affaccia spesso da queste brevi composizioni che paiono scritte “sul” pianoforte più di quanto non lo siano “per” il pianoforte: Nuages gris, il Notturno En rêve, le Bagatelles sans tonalité, o la Lugubre gondola (il numero due indica l’ultima stesura nella versione per pianoforte solo, alternativa a quella per violoncello e pianoforte), sono riflessioni sulla caducità della vita, con quella mescolanza di leggerezza e tragedia che ha seguito Liszt in tutte le sue esplorazioni dell’estremo, dai sogni faustiani all’estasi religiosa. Il secondo libro della raccolta intitolata Années de pèlerinage, diario musicale che risale a una trentina d’anni prima, essendo nato nel periodo in cui viveva nomade con Marie d’Agoult, come pure l’Ave Maria scritta nel 1862 quale pezzo d’occasione pensando alle campane di Roma, mostrano in Liszt anche quella curiosità per il mondo e quella propensione a impadronirsene psichicamente che sono alla base anche di tante altre composizioni: reminiscenze da brani d’opera, da musica di autori come Mozart e Beethoven, il ricordo appena più occultato di un compositore e pianista da lui ben conosciuto come Chopin, il riferimento affascinato a Wagner, quindi la nascita della più anomala composizione pianistica di tutto l’Ottocento, la Sonata in si minore, un torrente di settecentosessanta battute che disorientarono l’ascolto presentandosi senza soluzione di continuità come una sorta di variazione continua intorno a quattro idee melodiche fondamentali. Un ritratto anche provvisorio di Liszt non sarebbe comunque comprensibile se non dedicasse attenzione alla sua produzione sacra: non alla musica di ispirazione religiosa scritta per suscitare ricordi o rievocare impressioni, ma a quella concepita per uso liturgico o come celebrazione collettiva della fede. Liszt aveva composto musica corale sacra fin da bambino, anche pensando alla diffusione delle società corali che assicuravano larga diffusione a brani di questo genere in tutto il territorio tedesco, cattolico o protestante che fosse. Nel periodo vissuto a Roma insieme a Carolyn zu Sayn-Wittgenstein, e poi ancor più dopo la rinuncia al matrimonio e l’internato nel convento di Santa Maria del Rosario a Roma, cui fece seguito nel 1879 la nomina di canonico onorario ad Albano, l’attività di Liszt in questo ambito si fece più intensa e fu alla base della nascita di un lavoro di notevole caratura come la Via Crucis, composta fra il 1878 e il 1879 su un testo elaborato proprio dalla principessa Sayn-Wittgenstein a partire da citazioni della Bibbia, salmi latini e corali della tradizione tedesca. Di nuovo, come nelle ultime opere per pianoforte, la vena sperimentale della musica di Liszt forza i legami armonici prevalendo sul rispetto di un genere codificato. Non stupisce che l’editore a cui Liszt si era rivolto abbia rifiutato di pubblicare questa composizione, giudicata troppo drammatica nel suo tentativo di suscitare il pathos dell’ascolto, così come non stupisce che il nostro interesse vada oggi proprio al Liszt più sperimentale e visionario, quello che anche dalle fotografie degli ultimi anni unisce l’inquietudine di Faust con la veste religiosa dell’abate.
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