L'INTERVISTA
L'imprenditore Saraceno è uno dei principali protagonisti dell´inchiesta sull'affare milionario delle batterie d'auto nell'ambito della quale sono ingate 9 persone, tra cui una funzionaria della Provincia, con l'accusa di traffico illecito di rifiuti speciali. "Devo aver dato fastidio a qualcuno", dice
di FEDERICA CRAVERODemetrio Saraceno, 49 anni, è l'indagato numero uno nell'inchiesta sul traffico di rifiuti condotta dai carabinieri del Noe e dalla procura di Torino. Ma di tutta la ricchezza calcolata dagli investigatori - almeno 10 milioni di utili illeciti in un anno e mezzo - dice di non saperne nulla. "Altrimenti avrei una bella villa e invece vivo in appartamento - scherza - Ci sono registri in cui è tutto scritto: quante batterie raccolgo, quante ne esporto, quante ne tratto". Demetrio Saraceno non scherza invece quando racconta, secondo la sua opinione, come sarebbe nata tutta l'inchiesta della procura torinese. "È evidente che il mio ruolo di imprenditore dà fastidio a qualcuno, che ha pensato bene di segnalare il mio lavoro al Noe", spiega.
Saraceno racconta che a dare fastidio è il suo brevetto di un impianto mobile di smaltimento di batterie al piombo, che si trova nello stabilimento di via Padana Inferiore a Chieri, dove lavorano 33 persone. "Si tratta di un'idea rivoluzionaria - si entusiasma - perché sono riuscito a creare un impianto di piccole dimensioni con tutte le caratteristiche di quelli grandi. Ma soprattutto è un macchinario che si sposta su ruote: in questo modo si può portare "a domicilio" nei centri di raccolta delle batterie". Si eviterebbe così che da questi centri partano camion di vecchie batterie, piene di piombo e altri materiali inquinanti, che attraversano mezza Italia per arrivare nei pochi stabilimenti dove vengono smaltite, con tutto l'inquinamento che ne consegue e i rischi in caso di incidente. Quello di Chieri per ora è un progetto sperimentale "infatti lo accendo solo quando mi serve provarlo per un test e tutte e cinque le volte che sono venuti i carabinieri era sempre spento", dice il titolare dell'azienda.
E i problemi con le autorizzazioni? E la firma della funzionaria della Provincia? Tutto nasce da un'altra azienda a Rivoli, di cui Saraceno era socio. Lì era stato autorizzato dalla Provincia un impianto mobile, che poi è stato trasformato in fisso. E Saraceno - che si era tolto poi da quella società - aveva trasferito l'autorizzazione ottenuta su un altro impianto mobile, quello appunto di Chieri. "Ma avevamo fatto un regolare atto dal notaio - conferma l'imprenditore - La Provincia però si era dimostrata rigida, non voleva fare quella voltura. Io feci ricorso al Tar, lo vinsi e la Provincia mi autorizzò il passaggio. In tutto questo non c'è mai stato alcun rapporto con la funzionaria Alemani. Anzi, all'inizio di tutta la vicenda, con la vecchia legge, non era nemmeno la Provincia, ma la Regione, l'ente che si occupava di queste autorizzazioni".
Una materia cavillosa per un business milionario visto che dai rifiuti si estraggono elementi preziosissimi da rivendere, circa 450 euro a tonnellata per il pastello di piombo derivato dal trattamento delle vecchie batterie industriali o di auto. "Ma sulle batterie esauste c'è un situazione quasi di monopolio da parte di alcuni soggetti - continua l'imprenditore - che non hanno interesse a dividere con nessuno una torta che vale quasi 300 milioni all'anno. Per questo io sono diventato presidente di un consorzio, il Cobeu, che si propone di introdurre la libera concorrenza in questo settore. Ma evidentemente qualcuno ha cercato di mettermi i bastoni fra le ruote".



