| Torino bellissima | ![]() |
| Scritto da Manlio Collino |
| Martedì 27 Aprile 2010 17:25 |
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Per la prima volta, da quando in Italia è stato instaurato il bipolarismo, il centrosinistra in Piemonte ha battuto il centrodestra. Il dato può apparire stupefacente, perché in piazza Castello, nel palazzo della Giunta regionale, si è appena installato Roberto Cota, munito di fazzoletto verde d’ordinanza padana. Tuttavia è così: nemmeno quando Mercedes Bresso sconfisse Enzo Ghigo, cinque anni fa, la somma dei partiti che la appoggiarono riuscì a sopravanzare la somma di quelli a sostegno del suo avversario. Nella nostra regione, sino al 28 e 29 marzo 2010, l’area moderata ha sempre prevalso su quella progressista.
Una vittoria di Pirro, perché quello che conta, come si sa, è il voto al candidato presidente non quello ai partiti. Ecco perché oggi Pdl e Lega esultano, mentre Pd, Italia dei Valori e compagnia cantante si disperano. Sono le regole: capitò pure alla zarina di fare la presidente benché la sua coalizione avesse ottenuto meno. In precedenza, nei due mandati di Ghigo, quando i coordinatori di Forza Italia erano Roberto Rosso e Guido Crosetto, il centrodestra stravinse pure a livello di partito. Oltretutto, in precedenza, non esisteva la lista Cinque Stelle di Beppe Grillo, che ha scombussolato il panorama elettorale soprattutto piemontese.
Se queste sono le regole, le cifre impongono comunque una riflessione politica. Il grande merito della vittoria – lui lo sa e l’ha fatto pesare pure nelle trattative per gli assessorati – è proprio del candidato Roberto Cota, che prende più voti delle sigle che lo propongono. Ed esiste una debolezza personale della candidata delle sinistre, Mercedes Bresso, che evidentemente è stata bocciata per come ha governato cinque anni la Regione.
E c’è anche una considerazione a livello di partiti. Se il centrosinistra oggi si interroga, si flagella, apparecchia innumerevoli tavoli per riunirsi e fumosamente scovare ricette per un futuro più radioso, non può prescindere dal valutare che quasi certamente, con un avversario meno forte di Cota e con un candidato meno debole di Bresso, oggi la presidenza del Piemonte ce l’avrebbero ancora loro. Paradossalmente il lavoro del Pd, quello dell’Italia dei Valori e degli altri componenti la coalizione, non è mai stato così efficace come per questa sconfitta. Tutto ciò malgrado Grillo e persino senza considerare Renzo Rabellino, che ha tolto al centrodestra il suo 1,6 per cento.
La coalizione che appoggiava Bresso ha ottenuto 900.537 preferenze, che sono valse il 47.47% totale. Quella che appoggiava Cota 10.621 voti in meno, per un ammontare di 889.916 e un complessivo 46.93%. Visto il successo leghista (317.065 voti) alle urne, il Pdl non può che interrogarsi sul suo “misero” 25,03%, per cui la somma di Forza Italia e di Alleanza Nazionale non prende che 474.431 schede alle urne. Ci sono gli influssi nazionali, ovviamente, la croce non si può attribuire tutta a Enzo Ghigo, che se è ininfluente in positivo, forse lo è anche in negativo. Del resto, dal settembre 2008, quando è diventato coordinatore regionale, il senatore si è per lo più distinto per la rapidità con cui “posta” su Facebook i comunicati stampa di Frattini o Tremonti.
Forse, un’analisi serena del voto dovrebbe portare a conclusioni semplici, da parte dei partiti e delle coalizioni. Il centrosinistra dovrebbe capire che talvolta le divisioni interne, la litigiosità delle correnti, la scelta dei candidati che si basa soltanto sui rapporti di forza interni e non sul possibile gradimento agli elettori, non paga. Lo aveva capito cinque anni fa e ha vinto. E poi che per governare una Regione, ci vuol altro che l’incetta dei posti e la semplice gestione del potere. Il centrodestra, malgrado la vittoria di Cota, dovrebbe rivedere il suo modo di fare politica tra la gente, il suo radicamento quasi del tutto assente in provincia di Torino e magari cominciare a far crescere una classe politica non composta esclusivamente dai lacchè dei potenti locali, che poi dimostrano di non avere alcun peso specifico a livello nazionale, né alcuna capacità di smuovere l’elettorato localmente.
Ho studiato a Parigi e ci ritorno spesso, vi posso quindi confermare che sono molti i parigini che non han mai visto la loro città dall’ultimo piano della Tour Eiffel. Come del resto sono molti i torinesi che non sono mai saliti sulla piattaforma panoramica della Mole Antonelliana, dove parte la guglia.
Torino, che una volta era chiamata “la piccola Parigi”, ha sulla sorella maggiore transalpina due vantaggi (serbatis distantiis, naturalmente): a parità d’atmosfera “da capitale” (maestosa eleganza architettonica, larghi viali alberati, lunghissimi e alti portici, ampie ed eleganti piazze, grandi parchi lussureggianti, fiume largo e navigabile), per poter essere ammirata dall’alto possiede una collina (come Budapest), e per chiudere il fondale del suo regale panorama ha la collana scintillante delle Alpi. A Parigi mancano, le Alpi. E infatti, quando sei sulla cima della Tour Eiffel, se non c’è il sole ad orientarti ti sembra d’essere sul cassero d’un albero maestro, in mezzo all’oceano. Nelle giornate di pioggia guardi in basso e tutto sembra uguale come il mare, nelle foto che scatti lo sfondo urbano è indistinto, confina dappertutto col cielo grigio ed è difficile capire nelle foto quali arrondissements hai ritratto, se non li conosci bene. A Torino invece ti orizzonta lo sfondo delle alpi, che se sono innevate resti a guardarle ipnotizzato tanto sono belle, rosa al mattino, bianche e scintillanti di giorno, arancioni di sera nell’amplesso col sole che tramonta e le incendia. Se poi è primavera, come adesso, e la collina ad un passo (che sembra quasi di toccarla) verdeggia d’erbe fresche e foglie cangianti appena nate, la goduria per gli occhi è totale e rende bella persino, a immaginarla, la città di sotto, immenso campo arato con tetti rugginosi come zolle e lunghe vie diritte come solchi. Vie che a pensarci (ma il pensiero è zavorra in quei momenti, e fa perdere quota al cuore mongolfiera) sappiamo essere sporche e frequentate male (almeno alcune, ahimé, tra le più belle d’un tempo) per colpa di chi ha lasciato per incuria che ciò accadesse. Tuttavia la città è e resta bella, a dispetto di tutto, con o senza Fiat, grazie ai marocchini finti (termine scherzoso per lavoratori meridionali di pelle scura e lingua ignota) che l’hanno resa ricca durante il boom, ed ora grazie ai marocchini veri (termine generico per lavoratori africani di pelle scura e lingua ignota) che rendono vivace Porta Palazzo, e non solo di mali affari, ma di sudore, lavoro e forte umanità. Metà di quelli che ci porgono la frutta nei mercati, ormai, sono africani, e non hanno trovato grande resistenza, ad insediarsi. Le grida piemontesi della mia infanzia (béi pruss, fomnëtte!) avevano già lasciato luogo negli anni ‘70 e ‘80 a quelle “mandarine” (cient’au chile ‘u mellone, nu reggàaalo!). Ora la maggior parte dei richiami ha l’accento strascicato dell’arabo, perché la vita del mercato è dura, come la terra è bassa. Se non ci fossero loro la verdura resterebbe nei campi e Porta Palazzo sarebbe semivuota. Forse. Però sarebbe sempre bella, dall’alto.
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