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Toro, Chiambretti punta tutto sul signor Robe di Kappa Stampa
Scritto da Tuttosport   
Martedì 05 Aprile 2011 17:12

Piero Chiambretti, il presidente Cai­ro ha detto che a giugno venderà il Torino: intenzione reale o strategia per accentrare su di sé l’attenzione la­sciando tranquilla la squadra?
«Considero valida l’una e l’altra ipotesi. In questo momento la serenità del grup­po è fondamentale ma Cairo sarà pure stanco di essere sbeffeggiato. Nell’ultimo periodo penso inizi a temere anche per la sua incolumità fisica. I primi due anni di presidenza sono stati esaltanti ma sono finiti. Quel patrimonio di simpatia con il quale era stato accolto dalla piazza si è perso. Inoltre è un uomo che ama se stes­so, passare da presidente contestato agli occhi delle persone che gli sono vicine nei suoi ambienti non gli fa piacere. Sì, que­sta volta ritengo che la decisione di pas­sare la mano sia definitiva. Anche perché il rapporto con la tifoseria si è rotto».

 

Per il Torino è un bene?
«Beh, se posso andare controcorrente non mi tiro indietro. È facile sparare sulla Croce Rossa ma noi granata dob­biamo ponderare molto bene la situazio­ne. Che Cairo abbia commesso errori da mettere al bando è assodato, però si pre­sti molta attenzione e si giudichino gli eventuali acquirenti una volta soddisfat­te queste tre domande: chi viene? Perché viene? Cosa viene a fare? Senza le rispo­ste giuste si sappia che a Torino le cose non miglioreranno. Ricordo bene, quando Cairo mise in vendita la società, quali personaggi bussarono o tentarono di bussare alla sua porta per rilevare il club. La vicenda Ciuccariello non è poi così lontana. Vendere alle persone adat­te non è facile: negli anni tutti abbiamo cercato la cordata decisiva ma, fino ad ora, non sono arrivate le famose risposte giuste».

Perché Cairo deve mollare il Torino?
«Il suo sbandierato progetto si è fermato alla lettera “p”, anzi alla “B”, visto dove sia­mo... Serve un imprenditore con una forza economica che Cairo non ha avuto ma va anche detto che, quando ha speso, il presidente ha inve­stito male i suoi soldi. Quan­to denaro buttato nei con­tratti dei vari Coco, Panca­ro, Recoba e via di seguito. La speranza è che il Torino che verrà possa destinare gran parte delle uscite al settore giovanile e a una re­te di osservatori in grado di scovare talenti nei campio­nati dove i giocatori sono ac­quistabili a prezzi ragionevoli. Il modello cui ispirarsi esiste e, lo sapete, si chiama Udinese».

Nell’intervista pubblicata ieri su Tuttosport, il criti­co televisivo Aldo Grasso puntava il dito contro l’as­senza di una società radi­cata sul territorio.
«Sergio Rossi, assieme a Or­feo Pianelli tra i migliori presidenti dal dopoguerra in avanti, spendeva e parla­va in piemontese eppure fu aspramente criticato perché accusato di essere lontano dalla squadra. Se oggi un arabo rilevasse il Torino e comprasse Messi, noi tifosi granata, il mio amico Gras­so in testa, saremmo ben fe­lici di essere rappresentati da un patron arabo. Ciò che conta è l’assetto societario. Prendiamo il caso relativo a Zamparini: non è un sicilia­no ma a Palermo è ben volu­to perché ha allestito una squadra bella a vedersi e ca­pace di entrare in Europa. E Zamparini, caratterialmen­te, è ben peggio di Cairo...».

I tifosi imputano al presi­dente un sostanziale im­mobilismo riguardo la que­stione Filadelfia. Grazie al­la nascita della Fondazio­ne, comunque, entro un paio d’anni potrebbero ini­ziare i lavori.
«Ho partecipato a più di un incontro sul tema e, fino ad ora, ho riscontrato che l’ar­gomento Filadelfia è tratta­to in campagna elettorale e basta. Il problema è che sen­za un ritorno dal punto di vista immobiliare nessuno è stimolato a investire nella rinascita del Fila. Ogni tifo­so vuole una squadra forte, un settore giovanile all’al­tezza e uno stadio di pro­prietà. Non si tiene però conto del fatto che il calcio è cambiato. Senza un piano che contempli obiettivi ampi i mezzi non fuoriescono. La Juve si fa lo stadio ma di au­tomobili se ne vendono tan­te».

Chi difende Cairo su quali basi poggia le proprie ar­gomentazioni?
«Immagino siano simili a quelle che in molti, io per primo, gli riconosciamo. Cai­ro ha ottenuto una promo­zione e ha preso qualche buon dirigente, qualche buon giocatore e qualche buon allenatore. Tra questi ricordo Zaccheroni, che mi risulta rinunciò a un po’ di soldi quando fu esonerato dal Torino. Tra i giocatori in­vece dico Abbruscato. E’ sta­to un grande attaccante ad Arezzo come lo è adesso a Vicenza. Così non è stato nel Toro, purtroppo».

Zaccheroni s’è bruciato, Abbruscato s’è bruciato...
«Intuire non è gestire. Da una parte Cairo ha meriti, dall’altra evidenti demeriti. Purtroppo nel Torino c’è un’esasperata vivacità, qualcuno la chiama schizo­frenia, che certo non aiuta l’ambiente. E’ anche vero che rimasi stupito quando mollò Foschi ma, grazie a Petrachi, la squadra arrivò ai playoff riaccedendo l’en­tusiasmo della piazza. Pec­cato poi che ci fu rubata la finale contro il Brescia».

Cosa c’è da fare, adesso, perché il Toro non si fermi alla finale?
«Attraverso Tuttosport con­siglierei di stare vicino a tutti. Poi, a giugno, si potrà spingere affinché si cambi. Quando si parla di Toro è difficile vedere il bicchiere mezzo pieno, alle volte è fin difficile vedere il bicchiere... Ma io voglio essere ottimi­sta. Non so chi tra Cairo e Petrachi abbia voluto il ri­torno di Lerda, però ne sono molto contento. Puntiamo alla promozione, quindi, a bocce ferme, con una società che vedrà il patrimonio lie­vitare a 30 milioni, si ragio­nerà».

Per stanare Cairo, per co­noscere le sue reali inten­zioni, ripeta lo scherzo fat­to a Moggi al Chiambretti Night utilizzando un imi­tatore di Del Neri. Potreb­be ingaggiare un imitatore di Mateschitz che, con il presidente in trasmissio­ne, offra una cifra da capo­giro per acquistare il Tori­no.
«Idea simpatica ma appunto di scherzo si tratterebbe. Meglio percorrere strade più concrete».

Una conduce a Marco Bo­glione, il proprietario della BasicNet che da tempo sembra manifestare inte­resse.
«Boglione, oltre a essere un amico, è una tra le migliori risorse del territorio. E’ gio­vane, brillante e ha sempre cercato di essere un impren­ditore indipendente ma sen­sibile alla collettività. Il suo sogno è l’azionariato popola­re che nel Torino potrebbe funzionare, non fosse che Torino è una città italiana. In Italia votare ed eleggere è particolarmente proble­matico. Certo è che, in più di un’occasione, Boglione ha verificato le opportunità di stimolare il territorio. Sape­te com’è, alla soglia dei 50 anni, e io e Marco siamo di quella generazione, emerge un po’ di nostalgia. Quel sentimento che ti fa volgere al passato interpretandolo come una molla per lanciar­si nel futuro. Boglione guar­da al Torino con gli stessi oc­chi con cui aveva visto, nel­la decadenza del marchio Kappa, un’opportunità di ri­lancio».

Quindi l’interesse di Bo­glione nei confronti del To­rino rimane attuale.
«Boglione si sta muovendo e io con lui. Impostare una so­cietà però non è uno scher­zo. Non si possono fare pro­clami se non si è in grado di mantenere le promesse. Per partire bisogna essere pron­ti ».

Bando ai proclami, quindi. I tifosi granata, però, pos­sono nutrire un po’ di fidu­cia nel futuro?
«È statistico. Dopo una, due, tre, quattro, cento occa­sioni andate male, ne arriva sempre una che ribalta il ri­sultato. Torino può avere un presidente in grado di collo­care la squadra dove la maggioranza dei tifosi si aspetta. Coppe internazio­nali e scudetti non faranno per noi, ma un Toro a metà classifica in serie A in grado di rompere le scatole alle grandi, alla Juve in partico­lare, è un’aspettativa legitti­ma. Altrimenti, avanti di questo passo, quale bambi­no sceglierà di tifare per il Torino? Se non ci si muove adesso siamo destinati a morire».

Il fatto che, pur essendo to­rinista, lei non ospiti mai un giocatore granata nel suo studio televisivo è chiaro segnale dello scarso appeal che nutre in questi anni il Torino.
«Potete immaginare quanto mi piacerebbe avere un gio­catore della squadra per cui faccio il tifo, ma non posso, il mio non è un programma a livello locale. Sia chiaro, mi riferisco alla visibilità che ha la squadra perché sap­piamo bene che di gente ap­passionata di Toro è piena l’Italia».

Nel 2006 invitò Cairo a Markette. Oggi lo propor­rebbe al Chiambretti Ni­ght?
«In questo momento, no. Ho in cantiere una puntata con Cairo, Zamparini e Cellino tutti assieme ma è un pro­blema trovare un giorno che possa andare bene a tutti e tre».

Già, reperire un presiden­te rimane un bel problema.
« Si vedrà... intanto: Forza Toro!».

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