Piero Chiambretti, il presidente Cairo ha detto che a giugno venderà il Torino: intenzione reale o strategia per accentrare su di sé l’attenzione lasciando tranquilla la squadra?
«Considero valida l’una e l’altra ipotesi. In questo momento la serenità del gruppo è fondamentale ma Cairo sarà pure stanco di essere sbeffeggiato. Nell’ultimo periodo penso inizi a temere anche per la sua incolumità fisica. I primi due anni di presidenza sono stati esaltanti ma sono finiti. Quel patrimonio di simpatia con il quale era stato accolto dalla piazza si è perso. Inoltre è un uomo che ama se stesso, passare da presidente contestato agli occhi delle persone che gli sono vicine nei suoi ambienti non gli fa piacere. Sì, questa volta ritengo che la decisione di passare la mano sia definitiva. Anche perché il rapporto con la tifoseria si è rotto».
Per il Torino è un bene?
«Beh, se posso andare controcorrente non mi tiro indietro. È facile sparare sulla Croce Rossa ma noi granata dobbiamo ponderare molto bene la situazione. Che Cairo abbia commesso errori da mettere al bando è assodato, però si presti molta attenzione e si giudichino gli eventuali acquirenti una volta soddisfatte queste tre domande: chi viene? Perché viene? Cosa viene a fare? Senza le risposte giuste si sappia che a Torino le cose non miglioreranno. Ricordo bene, quando Cairo mise in vendita la società, quali personaggi bussarono o tentarono di bussare alla sua porta per rilevare il club. La vicenda Ciuccariello non è poi così lontana. Vendere alle persone adatte non è facile: negli anni tutti abbiamo cercato la cordata decisiva ma, fino ad ora, non sono arrivate le famose risposte giuste».
Perché Cairo deve mollare il Torino?
«Il suo sbandierato progetto si è fermato alla lettera “p”, anzi alla “B”, visto dove siamo... Serve un imprenditore con una forza economica che Cairo non ha avuto ma va anche detto che, quando ha speso, il presidente ha investito male i suoi soldi. Quanto denaro buttato nei contratti dei vari Coco, Pancaro, Recoba e via di seguito. La speranza è che il Torino che verrà possa destinare gran parte delle uscite al settore giovanile e a una rete di osservatori in grado di scovare talenti nei campionati dove i giocatori sono acquistabili a prezzi ragionevoli. Il modello cui ispirarsi esiste e, lo sapete, si chiama Udinese».
Nell’intervista pubblicata ieri su Tuttosport, il critico televisivo Aldo Grasso puntava il dito contro l’assenza di una società radicata sul territorio.
«Sergio Rossi, assieme a Orfeo Pianelli tra i migliori presidenti dal dopoguerra in avanti, spendeva e parlava in piemontese eppure fu aspramente criticato perché accusato di essere lontano dalla squadra. Se oggi un arabo rilevasse il Torino e comprasse Messi, noi tifosi granata, il mio amico Grasso in testa, saremmo ben felici di essere rappresentati da un patron arabo. Ciò che conta è l’assetto societario. Prendiamo il caso relativo a Zamparini: non è un siciliano ma a Palermo è ben voluto perché ha allestito una squadra bella a vedersi e capace di entrare in Europa. E Zamparini, caratterialmente, è ben peggio di Cairo...».
I tifosi imputano al presidente un sostanziale immobilismo riguardo la questione Filadelfia. Grazie alla nascita della Fondazione, comunque, entro un paio d’anni potrebbero iniziare i lavori.
«Ho partecipato a più di un incontro sul tema e, fino ad ora, ho riscontrato che l’argomento Filadelfia è trattato in campagna elettorale e basta. Il problema è che senza un ritorno dal punto di vista immobiliare nessuno è stimolato a investire nella rinascita del Fila. Ogni tifoso vuole una squadra forte, un settore giovanile all’altezza e uno stadio di proprietà. Non si tiene però conto del fatto che il calcio è cambiato. Senza un piano che contempli obiettivi ampi i mezzi non fuoriescono. La Juve si fa lo stadio ma di automobili se ne vendono tante».
Chi difende Cairo su quali basi poggia le proprie argomentazioni?
«Immagino siano simili a quelle che in molti, io per primo, gli riconosciamo. Cairo ha ottenuto una promozione e ha preso qualche buon dirigente, qualche buon giocatore e qualche buon allenatore. Tra questi ricordo Zaccheroni, che mi risulta rinunciò a un po’ di soldi quando fu esonerato dal Torino. Tra i giocatori invece dico Abbruscato. E’ stato un grande attaccante ad Arezzo come lo è adesso a Vicenza. Così non è stato nel Toro, purtroppo».
Zaccheroni s’è bruciato, Abbruscato s’è bruciato...
«Intuire non è gestire. Da una parte Cairo ha meriti, dall’altra evidenti demeriti. Purtroppo nel Torino c’è un’esasperata vivacità, qualcuno la chiama schizofrenia, che certo non aiuta l’ambiente. E’ anche vero che rimasi stupito quando mollò Foschi ma, grazie a Petrachi, la squadra arrivò ai playoff riaccedendo l’entusiasmo della piazza. Peccato poi che ci fu rubata la finale contro il Brescia».
Cosa c’è da fare, adesso, perché il Toro non si fermi alla finale?
«Attraverso Tuttosport consiglierei di stare vicino a tutti. Poi, a giugno, si potrà spingere affinché si cambi. Quando si parla di Toro è difficile vedere il bicchiere mezzo pieno, alle volte è fin difficile vedere il bicchiere... Ma io voglio essere ottimista. Non so chi tra Cairo e Petrachi abbia voluto il ritorno di Lerda, però ne sono molto contento. Puntiamo alla promozione, quindi, a bocce ferme, con una società che vedrà il patrimonio lievitare a 30 milioni, si ragionerà».
Per stanare Cairo, per conoscere le sue reali intenzioni, ripeta lo scherzo fatto a Moggi al Chiambretti Night utilizzando un imitatore di Del Neri. Potrebbe ingaggiare un imitatore di Mateschitz che, con il presidente in trasmissione, offra una cifra da capogiro per acquistare il Torino.
«Idea simpatica ma appunto di scherzo si tratterebbe. Meglio percorrere strade più concrete».
Una conduce a Marco Boglione, il proprietario della BasicNet che da tempo sembra manifestare interesse.
«Boglione, oltre a essere un amico, è una tra le migliori risorse del territorio. E’ giovane, brillante e ha sempre cercato di essere un imprenditore indipendente ma sensibile alla collettività. Il suo sogno è l’azionariato popolare che nel Torino potrebbe funzionare, non fosse che Torino è una città italiana. In Italia votare ed eleggere è particolarmente problematico. Certo è che, in più di un’occasione, Boglione ha verificato le opportunità di stimolare il territorio. Sapete com’è, alla soglia dei 50 anni, e io e Marco siamo di quella generazione, emerge un po’ di nostalgia. Quel sentimento che ti fa volgere al passato interpretandolo come una molla per lanciarsi nel futuro. Boglione guarda al Torino con gli stessi occhi con cui aveva visto, nella decadenza del marchio Kappa, un’opportunità di rilancio».
Quindi l’interesse di Boglione nei confronti del Torino rimane attuale.
«Boglione si sta muovendo e io con lui. Impostare una società però non è uno scherzo. Non si possono fare proclami se non si è in grado di mantenere le promesse. Per partire bisogna essere pronti ».
Bando ai proclami, quindi. I tifosi granata, però, possono nutrire un po’ di fiducia nel futuro?
«È statistico. Dopo una, due, tre, quattro, cento occasioni andate male, ne arriva sempre una che ribalta il risultato. Torino può avere un presidente in grado di collocare la squadra dove la maggioranza dei tifosi si aspetta. Coppe internazionali e scudetti non faranno per noi, ma un Toro a metà classifica in serie A in grado di rompere le scatole alle grandi, alla Juve in particolare, è un’aspettativa legittima. Altrimenti, avanti di questo passo, quale bambino sceglierà di tifare per il Torino? Se non ci si muove adesso siamo destinati a morire».
Il fatto che, pur essendo torinista, lei non ospiti mai un giocatore granata nel suo studio televisivo è chiaro segnale dello scarso appeal che nutre in questi anni il Torino.
«Potete immaginare quanto mi piacerebbe avere un giocatore della squadra per cui faccio il tifo, ma non posso, il mio non è un programma a livello locale. Sia chiaro, mi riferisco alla visibilità che ha la squadra perché sappiamo bene che di gente appassionata di Toro è piena l’Italia».
Nel 2006 invitò Cairo a Markette. Oggi lo proporrebbe al Chiambretti Night?
«In questo momento, no. Ho in cantiere una puntata con Cairo, Zamparini e Cellino tutti assieme ma è un problema trovare un giorno che possa andare bene a tutti e tre».
Già, reperire un presidente rimane un bel problema.
« Si vedrà... intanto: Forza Toro!».