Il Grande Torino, su RaiUno la minifiction con Beppe Fiorello
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- Categoria: Toro
- Pubblicato Venerdì, 31 Maggio 2013 10:00
- Scritto da Mario Bocchio

TORINO 31 mag (Però Torino) - Nella prima serata di mercoledì, RaiUno non si è fatta scappare l'occasione per proporre ai suoi telespettatori un nuovo momento all'insegna della grande fiction, con la presenza di uno degli attori più amati del nostro piccolo schermo, Beppe Fiorello, protagonista de Il Grande Torino. La serie fu trasmessa in due puntate, sempre su RaiUno nel 2005 e rappresenta non solo l'omaggio ad una squadra del nostro calcio, ma anche il racconto di un periodo di storia italiana molto importante, che ci permette di rivedere attraverso l'ampio materiale di repertorio, i nostri campioni di un tempo.
Al centro della storia narrata nel lavoro diretto da Claudio Bonivento, c'è Angelo, un ragazzo napoletano che si trasferisce a Torino insieme alla sua famiglia; qui, riesce ad entrare a far parte delle giovanili del Grande Torino, nonostante i dubbi e le opposizioni del padre, e qui diventa amico di Valentino Mazzola, bomber di una squadra che riuscì nella straordinaria impresa di vincere cinque scudetti consecutivi prima di morire in seguito ad un incidente aereo nel 1949.
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Quel Torino, il Torino di Mazzola, Loik e Gabetto era di tutti, una entità straordinaria che prese il cuore della gente appena uscita dalla guerra, con intensità travolgente: come se recasse un messaggio più tricolore che granata.
Allora la fidanzata d'Italia era il Torino, e non la Juve, sempre che al Toro possano associarsi connotazioni femminee. Spesso mio papà, che pure era ed è tifoso dell'Inter, si rivede seduto per terra nel cortile polveroso di casa sua, in un sobborgo di Alessandria, con in mano l'edizione straordinaria di "Sport Illustrato": ogni pagina presentava un calciatore del Grande Torino. Su ogni pagina lasciava cadere grosse lacrime, suscitando lo stupore degli amici del cortile, piccoli e grandi, e, qualche giorno dopo, anche della sua maestra di quarta elementare, quando lesse l'appassionato tema sulla tragedia di Superga.
Ha conservato quel giornale fino ai giorni nostri. Ho imparato ad amare il Grande Torino grazie a quel giornale. La storia è del 1949, ma si presenta così vicina a noi, così attuale da apparire senza data. La dedichiamo ai giovani affinchè capiscano a quale grandezza morale può innalzarsi lo sport. Perché non inserirla, ci chiediamo, nei programmi di scuola media? Non sappiamo se oggi, mutati i tempi, riscoperta sì la voglia di unità nazionale, ma aumentato il materialismo, sconosciuto l'idealismo, ci sia ancora posto per un altro Grande Torino.
Spesso mi dicono che sono ingenuo, patetico nel mio attaccamento alle vecchie squadre, quelle grandi, imbattibili e imbattute, come il Grande Torino ed il Grande Real Madrid, che la storia del calcio mondiale ricorda: tutto ciò mi gratifica come un privilegio ricevuto, gelosamente custodito e difficile da far comprendere ad altri. Sul piano tecnico è impossibile affermare se quegli uomini, tutti così ricchi di tecnica e di attributi, valessero più dei mitici madrileni, di Puskas, Gento e Di Stefano o dei moderni interisti figli di Mourinho. I filmati dell'epoca sono pochi e brutti: per capire come giocava quel Toro bisogna rifarsi a testimonianze dirette o ai servizi sui giornali. Era il tempo del "WM", il libero non era stato inventato, la difesa a oltranza non sapeva di catenaccio, agli schemi d'attacco partecipavano almeno sei-sette uomini.
Un altro calcio, il Grande Torino ne era protagonista. Lo sarebbe stato ancora a lungo, probabilmente. Il campionato mondiale in Brasile, quello vinto dall'Uruguay di Ghiggia e Schiaffino sui padroni di casa, sarebbe stato sicuramente alla portata di Mazzola e dei suoi compagni.
Mario Bocchio
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