Il primo ciclo di colloqui diretti fra Israele e Libano partirà la prossima settimana a Washington: un passo che potrebbe rimodellare l’equilibrio regionale ma arriva in un momento di altissima tensione, con raid, minacce e timori per la tenuta del fragile cessate il fuoco. Le prossime mosse americane e la reazione delle milizie e degli alleati di Teheran decideranno se gli incontri potranno davvero abbassare il rischio di una nuova escalation.
Secondo fonti citate da Axios, il primo round si svolgerà al Dipartimento di Stato: la delegazione statunitense sarà guidata dall’ambasciatore per il Libano, Michel Issa; Israele manderà il suo rappresentante a Washington, Yechiel Leiter; il Libano sarà rappresentato da Nada Hamadeh-Moawad. L’agenda prevista include il disarmo di Hezbollah e la ricerca di un quadro per relazioni più stabili tra i due Paesi.
Il governo israeliano ha ufficialmente autorizzato l’apertura dei contatti diretti, dopo pressioni diplomatiche internazionali. Dietro la decisione c’è anche la richiesta del presidente statunitense Donald Trump a Benjamin Netanyahu di ridurre la pressione militare in Libano, per facilitare i negoziati con l’Iran: una tregua di parole che dovrà ora confrontarsi con i fatti sul terreno.
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La comunità internazionale osserva con apprensione. Il segretario generale dell’Onu aveva avvertito che i raid contro Beirut minacciano il fragile accordo di cessate il fuoco fra Stati Uniti e Iran; ieri gli attacchi hanno provocato centinaia di vittime, compresi civili, e hanno aggravato lo stato di emergenza in molte aree libanesi. Nello stesso contesto è avvenuto l’incidente con un veicolo della missione UNIFIL, di provenienza italiana, colpito dalle forze armate israeliane: danni materiali ma nessun ferito, con Roma che ha convocato l’ambasciatore di Tel Aviv per chiarimenti e chiesto garanzie all’Onu sulla sicurezza della coalizione internazionale.
Le dichiarazioni da Teheran hanno intensificato la posta in gioco. La Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha promesso che l’Iran non resterà inerte rispetto agli attacchi subiti, chiedendo risarcimenti e invitando i sostenitori regionali a mantenere ferme posizioni politiche e popolari. Le autorità iraniane hanno inoltre annunciato che il controllo del traffico nello Stretto di Hormuz entrerà in una “nuova fase”, e hanno fissato un limite di transiti a non più di 15 navi al giorno, secondo fonti statali citate da TASS.
Proprio nello Stretto si è avuto uno dei primi segnali concreti della tregua: i dati di MarineTraffic indicano il passaggio, dopo l’accordo, della prima petroliera non battente bandiera iraniana (nave gabonese) con carico emiratino diretto in India. È tuttavia un traffico ancora ridotto: da ieri sono transitate poche unità, tra cui navi iraniane e alcune portarinfuse.
Anche Mosca ha chiesto che l’intesa fra Washington e Teheran abbia una dimensione regionale e comprenda il Libano; il ministero degli Esteri russo e la sua portavoce hanno condannato l’offensiva israeliana, sottolineando il rischio che le operazioni militari mandino all’aria i negoziati in corso. Intanto Teheran riconosce di aver rinunciato a una risposta immediata dopo mediazioni diplomatiche, in particolare del Pakistan, e annuncia la partecipazione a colloqui a Islamabad.
Cosa monitorare nei prossimi giorni:
- Partecipanti e sedi: primo round a Washington con rappresentanti USA, israeliani e libanesi.
- Punti chiave dell’agenda: disarmo di Hezbollah, regole per la convivenza di confine, garanzie per le forze internazionali.
- Rischi immediati: nuove rappresaglie militari, incidenti contro peacekeeper, ricadute sul traffico marittimo nel Golfo.
- Ruolo degli attori esterni: posizioni di Russia, Pakistan e altri Paesi arabi possono influenzare l’esito diplomatico.
- Impatto economico: eventuali chiusure o limitazioni allo Stretto di Hormuz avrebbero ripercussioni sui prezzi dell’energia.
Altri sviluppi politici e diplomatici: il presidente del Parlamento iraniano ha avvertito che ulteriori violazioni del cessate il fuoco comporterebbero “risposte forti”, mentre il vice ministro degli Esteri di Teheran assicura che la Guida Suprema è in buona salute e mantiene il controllo delle istituzioni. Il presidente italiano Sergio Mattarella ha definito il Libano “sotto una tempesta di bombardamenti devastanti”, richiamando l’attenzione sull’emergenza umanitaria.
Washington, dal canto suo, ribadisce che le forze americane resteranno schierate nella regione fino a quando non si raggiungerà un’intesa considerata solida. Lo scenario resta però fragile: il successo dei negoziati dipenderà non solo dalla buona volontà delle delegazioni formali, ma anche dalla capacità di contenere le azioni militari sul campo e di gestire le pressioni degli attori non statali.
In conclusione, l’avvio dei colloqui diretti a Washington rappresenta un’opportunità concreta per ridurre le tensioni tra Israele e Libano, ma la strada è incerta. Se le parti e i mediatori internazionali riusciranno a evitare incidenti sul terreno, la diplomazia potrà ottenere risultati; in caso contrario, il rischio di un’ulteriore escalation rimane elevato, con conseguenze immediate per la sicurezza regionale e per il commercio energetico globale.












