Toro e Red Bull: grande attesa per una riunione in Austria

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C’è molta attesa tra i rappresentanti del gruppo torinese che ha favorito “l’aggancio” di Red Bull Italia per il possibile acquisto del Torino Football Club. “Dalle nostre fonti – spiegano a Però – il vertice marketing della multinazionale austriaca dovrebbe tenere una riunione a f...

Sicurezza a Torino: grandi critiche dal "Sole-24 Ore"

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Coppola non si emoziona per la candidatura estiva a sindaco

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Il Csi ci diffida, ma (per ora) non si sbottona

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Il Consorzio per il Sistema Informativo del Piemonte, a firma del suo direttore generale Stefano De Capitani, s’è preso la briga di diffidare la nostra testata dall’”offendere” ulteriormente la struttura, un moloch para pubblico che gestisce l’informatica di quasi tutte le amministrazio...

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Cultura e Tempo libero

L'editoriale

Per un pugno di voti

C’è un piccolo tarlo che la recente decisione del Tar Piemonte, mettendo di fatto in dubbio l’elezione di Roberto Cota a presidente del Piemonte, ha instillato. Quello della certezza del voto. Proviamo spiegarci: esiste un Tribunale, la Corte d’Appello, che ammette le liste. E, a quanto pare, adesso esiste un altro Tribunale, quello amministrativo regionale, che (dopo) le esclude. Il tarlo? Scava scava, arriva a una considerazione di fondo: il giudizio “successivo” può essere pilotato, a seconda di chi vinca e di chi perda le elezioni.
Per carità, si capisce che ciascun magistrato agisca in buona fede e che cerchi di applicare la legge. Ma se è così, la legge non va proprio. Perché, per esempio, si potrebbero ammettere nei tabelloni elettorali alcune liste, ben sapendo che sono viziate da irregolarità, poi vedere se una certa parte prevale e quindi contestarne la legittima partecipazione al suffragio. La conseguenza è l’annullamento di caterve di preferenze chiaramente espresse, che per vizi formali si cancellano con il classico colpo di spugna.
A chi scrive poco importa di Cota e di Bresso. Tuttavia bisogna seriamente porsi la questione del primato democratico e dell’insindacabilità del voto. Ci troviamo di fronte a un giudice amministrativo che ritiene le liste Scanderebech e Consumatori non validamente presentate, perché avrebbero, a suo dire, dovuto raccogliere le firme. Cosa che non hanno fatto e che, in effetti, andava benissimo a un altro giudice, la Corte d’Appello. Quest’ultima, anzi, su analoghe eccezioni aveva esplicitamente escluso qualsiasi irregolarità. In tal modo molti elettori di centrodestra hanno optato per i Consumatori o per Scanderebech, essendo perfettamente a conoscenza del fatto che – dando tali preferenze – avrebbero anche votato Roberto Cota presidente.
Se così è, allora gli elettori sono stati ingannati da un giudice. Quello che di fatto ha detto loro: “andate pure alle urne tranquilli, le liste che ci sono sulla scheda elettorale le ho verificate io, potete tranquillamente tracciare la vostra crocetta, coscienziosamente, democraticamente, serenamente”. E poi sono stati tartassati da un altro giudice, che adesso dice loro: il vostro voto non vale nulla, perché lo avete dato a chi non ha presentato le firme, mentre a mio avviso - interpretando un recentissimo regolamento regionale - avrebbe invece dovuto raccoglierle.
Come avrebbero votato questi elettori se non avessero trovato Scanderebech o i Pensionati sulla scheda? Persino un presidente di Tar potrebbe capirlo, visto che una lista si chiamava “Pensionati per Cota”, con il nome di Cota scritto a caratteri cubitali, e visto anche che Scanderebech ha raccolto voti attaccando frontalmente l’UDC per l’alleanza con le sinistre.
In questo bailamme politico giudiziario, si agitano i protagonisti. A cominciare da Mercedes Bresso, donna tanto simpatica con chi gli è amico, quanto feroce con chi non lo è. La zarina ha parlato di voto “con l’inganno” e di sentenza che “conferma il suo ricorso”. Peccato che lei quel ricorso lo avesse prontamente ritirato, quando Cota e la Lega favorirono, non più di qualche settimana fa, il suo arrivo a Bruxelles con tanto di carica, stipendio e viaggi pagati. Lei lo ha ritirato, mentre gli altri (Verdi e radicali, per esempio, ma pure l’Udc) hanno perseverato.  Quindi si è andati avanti con la manfrina: oggi Cota dice addirittura di volersi dimettere prima del giudizio, di preferire andare a nuove elezioni e di vincere senza “se” e senza “ma”.  Probabilmente il suo avversario, a questo punto, sarebbe Sergio Chiamparino ed è ovvio che con cotanto concorrente, prevalere non sarebbe poi così scontato.
Democraticamente, serenamente e pacatamente, resta una sola notazione da fare: quella che tutto è nato dal fatto che Cota ha vinto per un pugno di voti. Ha vinto, ha ragione, siamo noi i primi a dirlo. Ma c’è più della metà del Piemonte che non l’ha votato: continui il suo mandato, persegua gli obiettivi che si pone per lo sviluppo della nostra regione, lavori per il bene comune, faccia ricorso al Consiglio di Stato contro una sentenza in effetti bizzarra. Però abbandoni quella spocchia, forse involontaria, che ne ha caratterizzato le uscite presidenziali. Sono i fatti a parlare, non i proclami ideologici.
editoriale_hpC’è un piccolo tarlo che la recente decisione del Tar Piemonte, mettendo di fatto in dubbio l’elezione di Roberto Cota a presidente del Piemonte, ha instillato. Quello della certezza del voto. Proviamo spiegarci: esiste un Tribunale, la Corte d’Appello, che ammette le liste. E, a quanto pare, adesso esiste un altro Tribunale, quello amministrativo regionale, che (dopo) le esclude. Il tarlo? Scava scava, arriva a una considerazione di fondo: il giudizio “successivo” può essere pilotato, a seconda di chi vinca e di chi perda le elezioni.

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