Esclusione dai premi per motivi nazionali: israeliano presenta ricorso

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Belu‑Simion Fainaru, artista nato a Bucarest nel 1959 e trasferitosi in Israele nel 1973, rappresenta Israele alla 61ª Biennale di Venezia ma si trova al centro di una disputa che solleva interrogativi sulla libertà artistica e sul ruolo degli organizzatori. La decisione della giuria internazionale di escludere il suo padiglione dalla competizione ha acceso un dibattito che tocca identità, memoria storica e il confine fra arte e politica.

Fainaru ha scelto l’Arsenale — offerto dalla direzione della Biennale mentre il padiglione ufficiale è in ristrutturazione — per presentare la sua grande installazione ambientale. Il lavoro, pensato per coinvolgere vista, suono e tatto, usa tecnologie di irrigazione sviluppate in Israele per portare l’elemento liquido in uno spazio d’arte: un progetto che parla tanto di tecnica quanto di significato simbolico.

Il progetto e i riferimenti

Intitolata The Rose of Nothingness, l’opera trae ispirazione da uno dei versi di Paul Celan e mette l’acqua al centro di una riflessione su risorse, spiritualità e percezione. L’installazione lavora su contrasti di luci e profondità, con una vasca di superficie scura pensata per rimandare a pagine e memorie legate al mondo ebraico.

Il riferimento al libro sacro emerge nella scelta della vasca nera, che l’artista descrive come una rievocazione della pagina del Talmud — stampato per la prima volta a Venezia — e del ruolo che quel testo ha avuto nel mantenere coesa la cultura ebraica durante la diaspora.

La polemica sulla giuria

La questione politica è esplosa dopo la decisione della giuria internazionale di rendere ineleggibile il padiglione israeliano per i premi. Alcune critiche pubbliche e richieste di boicottaggio erano circolate nei giorni precedenti; la Biennale ha ribadito la propria posizione contraria al boicottaggio, ma l’artista contesta la scelta della giuria e chiama in causa la responsabilità degli organizzatori, ricordando che la selezione dei giurati è a firma della stessa Biennale.

Fainaru sostiene che l’esclusione non sarebbe motivata da criteri artistici: a suo avviso si tratta di un atto che contiene elementi di discriminazione e di politicizzazione dell’evento. L’artista ha annunciato l’intenzione di fare ricorso per tutelare il proprio diritto a partecipare su basi paritarie.

Un piano personale e storico

La vicenda ha toccato corde personali: Fainaru ha richiamato la storia della sua famiglia, ricordando che suo padre fu escluso dagli studi e deportato in Romania nel 1940 perché ebreo. Per lui la disputa contemporanea riapre ferite e solleva domande su come la memoria storica influenzi ancora i rapporti culturali.

In passato l’artista è già passato dalla Biennale: nel 2019 aveva rappresentato la Romania con un progetto simile e allora non erano emerse contestazioni. Quel precedente è citato come elemento che rafforza il suo sospetto di una discriminazione legata all’identità.

  • Chi è: Belu‑Simion Fainaru, artista di origine rumena attivo in Israele.
  • Opera: The Rose of Nothingness, installazione d’acqua con riferimento spirituale e ambientale.
  • Controversia: la giuria ha escluso il padiglione israeliano dalla competizione per i premi.
  • Posizione dell’artista: annuncia ricorso e parla di discriminazione, invocando l’intervento della Biennale e delle istituzioni culturali.
  • Rilevanza: la vicenda solleva questioni su indipendenza artistica, selezione dei giurati e limiti della politicizzazione nei grandi eventi culturali.

Fainaru sottolinea anche il versante relazionale del suo lavoro: cura progetti che coinvolgono artisti del Mediterraneo e del Medio Oriente e insegna all’università di Haifa, dove una larga parte dei suoi studenti è palestinese. Per l’artista, la pratica culturale deve rimanere uno spazio di dialogo e apertura, non un terreno di scontro politico.

Da parte dell’organizzazione, la Biennale ha difeso la propria posizione pubblica contro i boicottaggi, ma il nodo resta aperto: a chi spetta stabilire fino a che punto considerazioni politiche possano condizionare valutazioni artistiche? E quale ruolo devono avere i curatori e i direttori nel garantire parità di trattamento fra partecipanti?

La vicenda proseguirà in giornata con i passaggi formali del possibile ricorso. Quel che rimane è la domanda più ampia che attraversa l’episodio: come tenere distinti i confini tra giudizio artistico e intenzioni politiche quando le identità nazionali e personali diventano parte integrante della narrazione espositiva?

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