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Uno scatto di sette anni fa torna al centro della scena politica e riapre il dibattito sui legami tra esponenti politici e ambienti criminali: la pubblicazione del selfie con cui, nel 2019, la presidente del Consiglio appare accanto a un presunto esponente mafioso ha già acceso le opposizioni e scatenato repliche dure dal governo. La questione pesa oggi perché l’uomo ritratto è coinvolto in un processo importante e le immagini sollevano interrogativi su controlli e procedure nei contesti pubblici e parlamentari.
Cos’è emerso
La trasmissione Report ha rilanciato una fotografia scattata il 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriott di Milano, durante una grande iniziativa politica in vista delle elezioni europee. Nella foto, secondo la ricostruzione del programma, compare in prima fila Gioacchino Amico, indicato dalle indagini come referente del cosiddetto clan Senese in Lombardia.
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All’epoca Amico non risultava indagato per reati di mafia: aveva però precedenti e condanne per reati come ricettazione e si era trovato coinvolto in indagini per truffa e associazione a delinquere. Oggi è fra gli imputati nel processo noto come Hydra, che ha ricostruito relazioni tra diverse organizzazioni criminali in Lombardia.
La reazione del governo e le richieste di chiarimento
La premier ha definito l’accaduto un attacco strumentale, parlando sui social di «fango» e accusando i giornalisti di parte; Fratelli d’Italia ha difeso la leader. Dal fronte opposto, i gruppi del centrosinistra chiedono chiarimenti su eventuali rapporti del partito con figure sospette e sollevano dubbi sulla presenza di Amico a una manifestazione così ufficiale.
Al centro del contendere ci sono tre punti pratici che gli avversari chiedono di verificare:
- Chi autorizzò o facilitò l’ingresso di Amico alla manifestazione del 2019.
- Se Amico abbia avuto accessi non regolamentati a sedi istituzionali, come la Camera.
- La natura e la durata dell’eventuale iscrizione o rapporto con Fratelli d’Italia, dato che risulta un’iscrizione documentata per alcuni mesi del 2020.
Elementi oggettivi e punti ancora da verificare
Fonti investigative indicano che, oltre al selfie, vi sono intercettazioni e atti che collocano Amico nel tessuto relazionale del consorzio mafioso milanese; d’altro canto il rinvio a giudizio e le dichiarazioni rese durante l’inchiesta devono seguire il corso processuale per chiarire responsabilità e contesti.
Il partito sostiene che, al momento dello scatto, Amico non risultava sottoposto a indagini per reati di mafia e che non gli fu rilasciato un tesserino permanente per l’accesso a Montecitorio. Gli inquirenti, invece, hanno ricostruito legami e frequentazioni che per molti osservatori giustificano approfondimenti pubblici e istituzionali.
Cosa cambia per i cittadini e perché seguire la vicenda
La notizia non è soltanto politica: solleva questioni di trasparenza sulle modalità con cui personalità esterne accedono a eventi e luoghi istituzionali e sulla capacità dei partiti di filtrare presenze potenzialmente problematiche. In prospettiva, può incidere sulla fiducia degli elettori e sul modo in cui le forze politiche gestiscono rapporti e controlli interni.
La puntata integrale di Report che approfondirà il caso è programmata per la domenica successiva alla pubblicazione dello scoop: molte risposte arriveranno solo dopo la messa in onda e, soprattutto, in seguito agli sviluppi processuali.
Domande aperte
- Chi ha accompagnato o introdotto Amico all’evento del 2019 e con quale ruolo?
- Che tipo di verifiche sono state fatte, allora e oggi, sui passaggi di persone verso sedi istituzionali?
- Quali elementi concreti collegano le fotografie alle responsabilità politiche o organizzative?
Il caso resta in evoluzione: nei prossimi giorni sarà utile monitorare sia gli sviluppi giudiziari sia eventuali audizioni parlamentari o chiarimenti formali da parte dei responsabili del partito. Nel frattempo la vicenda alimenta un confronto politico che mette al centro il tema della vigilanza contro le infiltrazioni criminali nella sfera pubblica.











