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Il governo spinge per fare delle Case di comunità il fulcro della medicina territoriale, ma l’introduzione di contratti differenziati per i medici di famiglia ha acceso la polemica. Sul tavolo ci sono opportunità concrete per migliorare l’accesso alle cure vicino a casa, ma anche il rischio che la riforma resti incompiuta per mancanza di personale e chiarezza politica.
Cosa prevede il piano
La riforma disegnata dal ministero della Salute punta a rafforzare l’assistenza sul territorio attraverso strutture aperte a orario esteso, integrate da equipe multidisciplinari. Nell’organizzazione prevista le Case di comunità ospiteranno, oltre ai medici di medicina generale, specialisti, infermieri e fisioterapisti, con servizi disponibili anche per piccole urgenze e visite programmate.
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Un elemento centrale e controverso è il cosiddetto «doppio canale» per i medici di famiglia: potranno mantenere il rapporto convenzionato tradizionale o scegliere un rapporto di lavoro dipendente con il Servizio sanitario nazionale per svolgere funzione stabile all’interno delle Case di comunità. L’idea è rendere possibile la presenza medica h12 o h24 a seconda della struttura, così da alleggerire i flussi verso il Pronto soccorso.
Perché la proposta è contestata
Sindacati e Ordini professionali hanno sollevato critiche sulla mancanza di confronto preventivo e sulla natura del cambiamento contrattuale, ritenuto dai più un punto sensibile. Anche approcci politici diversi — dalla Lega agli altri schieramenti — hanno espresso perplessità, soprattutto sul rischio di trasformare in obbligatoria una tipologia contrattuale che molti medici non intendono accettare.
Dal versante dei giovani professionisti arrivano invece segnali di interesse per maggior lavoro in equipe e per strumenti digitali e tecnologici che facilitino la presa in carico territoriale.
Impatto per i cittadini
- Accesso locale: maggiori possibilità di cura vicino a casa per problemi non critici.
- Riduzione del sovraffollamento: meno accessi inappropriati ai pronto soccorso se aumentano le prestazioni territoriali.
- Orari estesi: presenza medica h12/h24 nelle strutture più grandi per rispondere a piccole urgenze.
- Servizi integrati: percorsi di continuità tra medicina generale, specialistica e professioni sanitarie.
Numeri, scadenze e criticità operative
Secondo Agenas l’obiettivo è portare a regime 1.715 Case di comunità entro il 2026. A oggi alcune regioni mostrano progressi visibili: la Toscana ha attivato oltre cinquanta strutture, mentre nel Lazio è prevista l’attivazione di circa 130 Case di comunità entro giugno.
Ma sul terreno operativo pesano i dati sul personale. Il sindacato Nursind stima la necessità di decine di migliaia di professionisti — intorno alle 70.000 unità — per rendere pienamente operative le strutture previste dal PNRR. Esperti di sanità pubblica avvertono che una riforma attuata solo in parte rischia di non produrre i benefici attesi: senza risorse umane e una guida politica coerente, molte Case rimarrebbero infrastrutture sulla carta.
In sintesi, la proposta rappresenta una svolta nella concezione dell’assistenza primaria: può migliorare la gestione delle cure sul territorio e alleggerire gli ospedali, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di reclutare professionisti, definire percorsi contrattuali condivisi e garantire investimenti strutturali.
Il prossimo passo sarà il confronto concreto fra ministero, Regioni e rappresentanze sanitarie: sul tavolo non c’è solo la forma dei contratti, ma la sostenibilità pratica di un modello che punta a riportare la cura più vicina al cittadino.












