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L’Unione europea fatica a trasformare i suoi principi in potere reale: tra pacifismo d’eredità e dipendenza strategica, Bruxelles appare sempre più marginale nelle crisi che contano. La recente pubblicazione postuma del filosofo Jürgen Habermas rilancia il dibattito sull’identità europea e su quale ruolo l’Europa possa esercitare oggi sul piano diplomatico e militare.
Le radici del problema risalgono al dopoguerra: l’Europa costruì un ordine fondato sulla rinuncia alla guerra e sulla cooperazione giuridica. Quella scelta, pensata per evitare nuove catastrofi, ha però prodotto una tensione interna quando la pace formale non è bastata a proteggere il continente dalle turbolenze esterne.
Negli anni Novanta, il crollo della Jugoslavia mise in luce i limiti della comunità politica europea: mentre si negoziava un nuovo assetto istituzionale, i fatti sul terreno dimostravano che la sola vocazione al dialogo non bastava a fermare la violenza. Successivamente, gli attacchi terroristici globali e le ondate migratorie hanno ulteriormente stressato il modello di apertura europea, obbligando i governi a confrontarsi con dilemmi di sicurezza e integrazione.
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La prova dell’Ucraina
L’invasione dell’Ucraina ha rappresentato un banco di prova decisivo. L’Unione ha sostenuto Kiev con sanzioni e aiuti economici, ma sul piano militare la sua influenza è apparsa limitata. Senza forze armate comuni e con capacità belliche spesso modeste, gli Stati membri hanno lasciato spazio a iniziative nazionali e all’intervento politico-militare degli alleati esterni.
Questo gap ha due conseguenze concrete: da un lato, la politica estera europea perde credibilità; dall’altro, la sicurezza del continente resta in gran parte ancorata alle scelte della NATO e degli Stati Uniti. Il risultato è un mix di interventi frammentati e dichiarazioni istituzionali che faticano a tradursi in potere operativo.
Un’Europa senza vocazione militare?
Le proposte per rafforzare le capacità comuni—dalla creazione di un esercito europeo a ipotesi di condivisione nucleare—tornano ciclicamente nel dibattito pubblico. Molte di queste idee rimangono tuttavia vaghe o politicamente divisive, mentre le istituzioni comunitarie raramente mostrano leadership coerente nelle crisi.
- Dipendenza strategica: mancanza di autonomia nelle scelte di difesa e capacità operativa limitata.
- Credibilità diplomatica: dichiarazioni e sanzioni spesso compensano l’assenza di un vero peso negoziale.
- Tensioni interne: approcci nazionali divergenti rendono difficile una politica estera comune ambiziosa.
Il volume postumo di Habermas, Per un mondo migliore. Colloqui con Stefan Müller-Doohm e Roman Yos (Feltrinelli), offre uno spunto per riflettere su questi nodi senza parlare alla maniera accademica: il filosofo, scomparso il 14 marzo 2026, mette in guardia contro la facile retorica bellicista e invita a non dimenticare le conquiste normative del dopoguerra.
Più precisamente, Habermas critica la rapidità con cui certi argomenti pacifisti e i freni istituzionali — faticosamente costruiti dopo il 1945 — sembrano ammorbiditi nelle reazioni di governo e opinione pubblica alle crisi recenti. Non significa rifiutare l’assistenza militare all’Ucraina, ma interrogarsi su quanto la risposta si limiti alla leva armata senza un piano diplomatico di lungo periodo.
Per i cittadini le implicazioni sono immediate: sicurezza, bilanci nazionali e ruolo geopolitico si giocano anche sulla capacità dell’Europa di scegliere strumenti coerenti e credibili. Restare affidati esclusivamente alla protezione altrui implica limiti alla sovranità e vincoli strategici difficili da smontare.
Non esiste una soluzione unica. Fra le possibili strade praticabili emergono tre linee d’azione complementari:
- rafforzare la cooperazione militare su progetti concreti e interoperabili, evitando slogan generici;
- integrare gli strumenti di politica estera con capacità diplomatiche più incisive e continuità strategica;
- investire in resilienza interna — economia, difesa civile, sicurezza energetica — per ridurre la vulnerabilità alle crisi esterne.
La discussione che Habermas propone non è accademica: chiede all’Europa di confrontarsi con la realtà delle sue scelte storiche e di aggiornare strumenti e linguaggi. In gioco non ci sono solo principi morali, ma la concreta possibilità di contare nelle scelte di politica globale.
Alla fine, la domanda resta pratica e urgente: vuole l’Europa mantenere la propria identità pacifista a qualsiasi costo, o è pronta a ripensare il rapporto fra valori e potere per difendere quegli stessi principi nel mondo reale?











