Con il dibattito su regole e investimenti vivo in tutta Europa, la domanda non è più se l’intelligenza artificiale cambierà il Paese, ma come farne uno strumento utile e responsabile: questo è il filo conduttore dell’ultimo saggio di Giuseppe Di Franco, che propone l’IA come leva pratica per rafforzare competitività e servizi pubblici.
Di Franco — manager del digitale, amministratore delegato del Gruppo Lutech e docente alla Graduate School of Management del Politecnico di Milano — presenta il suo libro come una guida operativa più che come una trattazione dei rischi tecnologici. L’idea centrale è che l’adozione dell’IA sia prima di tutto una questione culturale e formativa, e che il passo decisivo sia iniziare a sperimentare in modo consapevole, senza aspettare un quadro normativo “perfetto”.
Il valore pratico dell’IA, sottolinea l’autore, emerge quando la tecnologia viene inserita in processi concreti: non si tratta solo di strumenti, ma di cambiare procedure, ruoli e modelli di apprendimento. Questo approccio mette al centro il capitale umano come vero elemento strategico per l’Italia e l’Europa.
Affluenza ballottaggi: si attesta al 28,2% alle 19, molto sotto il 36% del primo turno
Parità di genere: cresce la consapevolezza nelle scuole, rileva Fondazione Cecchettin
Nel dettaglio, Di Franco indica ambiti prioritari per l’adozione rapida e responsabile:
- Sanità: applicazioni per diagnosi precoci e supporto clinico che possono migliorare esiti e ridurre tempi di intervento;
- Piccole e medie imprese: automazione di processi produttivi e ottimizzazione della supply chain per aumentare competitività;
- Pubblica amministrazione: snellimento delle procedure burocratiche e riduzione dei tempi di risposta ai cittadini;
- Industria energetica: contenimento dei consumi e maggiore efficienza operativa;
- Processi aziendali: eliminazione di attività ripetitive per liberare risorse verso compiti a maggior valore;
- Formazione: sviluppo di percorsi di apprendimento continuo per aggiornare competenze e colmare il gap tra tecnologia e lavoro.
Una parte rilevante del ragionamento riguarda la scuola: non basta trasferire contenuti su supporti digitali. Occorre riprogettare metodi didattici, valutare nuovi ruoli per insegnanti e studenti e inserire percorsi che favoriscano l’aggiornamento permanente. In questo senso l’IA diventa catalizzatore di un nuovo modello educativo, capace di adattarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro.
La realtà internazionale mostra scenari diversi: in Corea del Sud l’«AI-Learning» è già integrato nel sistema scolastico pubblico; in Paesi come Cina, Francia e Germania l’EdTech sta vivendo una rapida espansione. In Italia, segnala Di Franco, esistono esperimenti didattici in poche decine di classi pilota: un primo passo, ma lontano da una diffusione sistemica.
L’autore insiste su un principio operativo: adottare la tecnologia in modo responsabile significa implementare progetti reali, monitorati e regolati localmente, piuttosto che restare in attesa di norme ideali. Questo approccio consente di apprendere dagli errori, tarare soluzioni e costruire fiducia negli utenti.
Per i decisori pubblici e le imprese la posta in gioco è chiara: chi saprà integrare l’IA nei processi, formando le persone e adeguando le regole, potrà trasformare punti deboli in vantaggi competitivi. Il percorso richiederà investimenti in formazione, governance dei dati e collaborazione tra scuola, aziende e istituzioni; ma, come argomenta il libro, rimandare l’azione comporta il rischio di restare indietro.
Pubblicato da Piemme, il saggio si propone quindi come un invito operativo: guardare all’IA non solo come tecnologia, ma come leva culturale e organizzativa per costruire un futuro più efficiente e sostenibile per l’Italia.











