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Cultura assistita a Torino: pane e brioche

Protagoniste della cultura torinese alla manifestazione «In mutande»

S'ils n'ont plus de pain, qu'ils mangent de la brioche, pare abbia detto Maria Antonietta, commentando il rumoroso disappunto della piazza parigina, che lamentava la mancanza di cibo. Non c’è più pane? Noi vogliamo comunque il nostro cornetto alla crema, pare abbia detto l’altro giorno madama Evelina Christillin, con tutto l’accolito codazzo di personaggi “culturali” torinesi, in preda a morbo della tarantola perché il governo centrale e le amministrazioni locali stanno chiudendo i cordoni della borsa.


Borsa che, per loro, è sempre stata piuttosto generosa in Italia e, in particolare, a Torino. Migliaia di costosissimi spettacoli, manifestazioni, letture artistiche, concerti, pubblicazioni varie. Tutte pagate con il soldo pubblico, che negli anni ha mantenuto in vita tante persone che invece il mercato della cultura non sarebbe stato in grado di sostentare.
Ora i conti pubblici sono alla fame. L’appetito delle casse erariali è persino più vorace di quello dei parigini alla fine del ‘700. Il debito pubblico è al 120 per cento del Pil. L’Europa ha imposto a Roma misure tributarie draconiane che ci toccheranno tutti, fin nel più recondito anfratto del nostro portafoglio. Gli enti locali, per lo più imbufaliti con Roma, aumentano anche le tasse e le tariffe locali. Compreso il biglietto dei mezzi pubblici Gtt a Torino, che passerà addirittura da 1 euro a 1 euro e 50.
Stringiamo la cinghia, signori. Lo facciamo tutti: qui i vari Fassini e Pisapii (e prima i Chiamparini di turno) ad ogni taglio capitolino, minacciano di chiudere gli asili, paventano di non poter più garantire i servizi essenziali, si giustificano per ogni magagna amministrativa: non ci sono soldi, cari cittadini, che dobbiamo fare, mica è colpa nostra. Tagliamo, riduciamo, sforbiciamo. I bidelli a Torino passano da 1.200 a 800 euro al mese, le aziende chiudono, mandano dipendenti a spasso, insomma, c’è crisi.
Ma non per la cultura, per carità. Quella non si può toccare. Dobbiamo vederci – sul quotidiano del regime torinese – la signora Christillin in Galateri di Genola, di fronte a un cartello “La cultura è in mutande” sfoggiare uno dei suoi abiti da 5mila euro in su, abbracciata ad altre due ricche signore della borghesia radical chic collinare, che non riescono nemmeno a far trasparire vera preoccupazione nella foto, tanto stanno bene, in fondo. Dobbiamo compatire alcuni signori che della cosiddetta cultura hanno fatto un business familiare, assicurandosi benessere e privilegi. E dobbiamo pure simpatizzare con loro.
Così vogliono i benpensanti. Certo, non si può non essere solidali con gli orchestrali del Regio, con i tanti professionisti che lavorano e guadagnano un normale stipendio e che, invece, si troveranno in difficoltà, così come si trovano tanti altri professionisti di diversi settori. Però basta con questa lagna unidirezionale, volta tutelare posizioni acquisite e faziose. La cultura è importante, ma i servizi essenziali lo sono di più. In molti Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, il mercato culturale non ha assistenza pubblica eppure sforna quotidianamente libri, testi teatrali, opere d’arte, giornali, riviste, musica e iniziative che vengono apprezzate in tutto il mondo. La cinematografia va a gonfie vele, oltreoceano, e chi la produce guadagna pure soldi, senza chiedere ai cittadini di pagare le tasse per loro. Si dirà che la qualità non è assicurata. Rispondiamo che, di certo, tanti lungometraggi italici inguardabili, non sarebbero neppure stati prodotti, se non fossero già stati lautamente pagati a priori dallo Stato. Prima il pane, poi le brioche.

 

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