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No Tav. E quegli arresti in differita

TORINO 30 gen (Però Torino) - Pubblichiamo un articolo del giornalista torinese de "La Stampa" Giorgio Ballario, apparso su "Il Fondo" di Miro Renzaglia: "I fatti sono noti. Nei giorni scorsi, su richiesta della Procura di Torino guidata da Giancarlo Caselli, un giudice per le indagini preliminari ha fatto eseguire 26 arresti contro la cosiddetta “ala violenta” del movimento No Tav in Valle di Susa. Sono finiti in carcere alcuni giovani (ma anche un bel po’ di militanti stagionati) accusati di violenza privata, lesioni, danneggiamento e resistenza aggravata in relazione agli scontri avvenuti al cantiere Tav di Chiomonte, in provincia di Torino, il 27 giugno e il 3 luglio dello scorso anno.

Sgomberiamo  subito il campo da possibili equivoci. Parecchi dei personaggi finiti in galera sono vecchi arnesi (nel vero senso della parola) di quella galassia  dell’estrema sinistra antagonista che confina, e talora si interseca, con gli ambienti squatter e anarco-insurrezionalisti. Gente che da anni persegue lo scontro di piazza come metodo di lotta e utilizza l’odio politico come brodo di coltura che alimenta e concima i propri orticelli (leggi centri sociali). Basta dare un’occhiata ai loro siti e bollettini online per farsi un’idea delle idee velleitarie e rancorose che li animano, naturalmente catalizzate da un “antifascismo militante” anacronistico e che fa venire i brividi. Se il leader di CasaPound è stato messo in croce dai mass-media (e denunciato) per un’uscita infelice e di pessimo gusto sulla morte del magistrato Saviotti, basterebbe dare un’occhiata a siti come Indymedia per trovare ogni giorno esempi analoghi di segno opposto, anche molto più gravi. Quando un paio d’anni fa morì improvvisamente il pm torinese Maurizio Laudi, che aveva indagato per anni su squatter e anarchici, “boia” e “assassino” erano gli epiteti più delicati.

Oltre a questi professionisti dell’odio, fra gli arrestati figurano anche personaggi la cui presenza sarebbe inquietante, se non fosse per l’età: l’ex brigatista rosso Maurizio Ferrari, 66 anni, di cui trenta trascorsi in carcere; e l’ex Prima Linea Antonio Ginetti, 60 anni. E poi parte del “gotha” anarchico e antagonista torinese, riconducibile ai centri sociali Gabrio e Askatasuna (quello che anni fa lanciò un corso di boxe con finalità “antifa”). Un dato è interessante: dei 26 arrestati, solo tre di essi risiedono in Valle di Susa, vale a dire il teatro della protesta No Tav (tra questi un consigliere comunale e un barbiere).

La premessa serve a sottolineare come sia davvero difficile provare una qualche simpatia, o anche solo empatia, nei confronti degli arrestati. Eppure per onestà intellettuale non si può non esprimere una certa perplessità per una “retata” che ricorda blitz d’altri tempi, eseguiti sulla base di teoremi, se non di esigenze puramente repressive. Un’iniziativa giudiziaria che peraltro si inserisce in un quadro in cui vediamo da mesi le forze dell’ordine manganellare i pastori sardi e i pescatori, un prefetto nominato ministro dell’Interno che annuncia un “attento monitoraggio” sulle proteste degli autotrasportatori e di eventuali altre categorie professionali (e suona tanto come una minaccia) e la sostanziale messa la bando di qualsiasi forma di dissenso. Non disturbate il manovratore, si sarebbe detto in altri tempi.

Per quanto riguarda l’inchiesta sui No Tav, Andrea Colombo sul settimanale Gli Altri (LEGGI QUI) ha ben colto uno degli aspetti più preoccupanti:

La sola idea di una “flagranza differita” di oltre sei mesi per degli scontri tra manifestanti e polizia dovrebbe far tremare le vene ai polsi a qualsiasi onesto liberale e a chiunque, specialmente a sinistra, non consideri la messa fuori legge del conflitto sociale il viatico per un mondo migliore. Il senso del messaggio è chiaro. Un governo debole con i forti e forte con i deboli sente montare un poco sobrio clima di rivolta sociale. Corre ai ripari dissuadendo preventivamente. Le motivazioni degli arresti (“resistenza, lesioni, danneggiamento”) sono di quelle che potrebbero essere addebitate a chiunque, in occasione di uno scontro con la polizia, non se ne torni a precipitosamente a casa. L’avvertimento non avrebbe potuto essere più chiaro, né più brutale.

 

Esprime forti perplessità anche un giurista autorevole come Livio Pepino, magistrato, ex membro del Csm ed ex presidente di Magistratura Democratica, corrente alla quale – ironia del destino – appartiene il procuratore Caselli. In un articolo sul Manifesto, Pepino spiega con chiarezza le anomalie di quest’ondata di arresti (LEGGI QUI).

 

La “flagranza differita”, fra l’altro, è stata mutuata direttamente dalle procedure di ordine pubblico adottate contro i teppisti da stadio, che si saranno anche rivelate efficaci, ma non appartengono esattamente un manuale di garantismo né sono esempio di uguaglianza di fronte alla legge. E poi viene un sospetto: ai “bei tempi” del bunga bunga, con tutta probabilità  la retata No Tav sarebbe stata accolta in modo più critico anche dai mezzi d’informazione. Ora invece, in epoca di sobrietà montian-napolitana, sono tutti rientrati nei ranghi e il plauso alla magistratura e alle forze dell’ordine è praticamente unanime.

 

Anche se, va detto, in materia di Tav i mass-media italiani sono coperti e allineati da anni. Si parla del super-treno solo in occasione di problemi di ordine pubblico, altrimenti nelle redazioni il tema è tabù. E pensare che gli argomenti per andare a “scavare” non mancherebbero: da almeno un decennio i No Tav “pacifici” (cioè il 95 per cento del movimento) producono studi, analisi e documenti sui moltissimi punti interrogativi suscitati dalla maxi opera pubblica, tutto materiale redatto da docenti universitari, esperti di trasporti, economisti e ambientalisti, mica dai centro sociali antagonisti.  Eppure il grande pubblico di tutto ciò non sa praticamente nulla. Conosce solamente il messaggio che si vuole far passare, e cioè che un manipolo di violenti ed ex brigatisti aggredisce la polizia per impedire la costruzione di una ferrovia. Fine delle trasmissioni.

 

In questi ultimi giorni, a margine della “retata”, è emerso un altro particolare interessante che mi piacerebbe venisse magari approfondito da qualche esperto o “giurista” che bazzica Il Fondo: due sindacati di polizia hanno annunciato di volersi costituire parte civile al processo contro i No Tav arrestati, per avviare un’azione di risarcimento. Il Sap avrebbe già raccolto un centinaio di denunce da parte di agenti rimasti “feriti” nel corso degli scontri e altrettanto si prepara a fare l’Ugl. Le virgolette sono d’obbligo perché, come sa qualsiasi giornalista che abbia fatto cronaca anche solo per un paio di mesi, sulla reale entità dei danni subiti in servizio da poliziotti e carabinieri ci sarebbe molto da discutere: la prassi sindacal-sanitaria vuole che un graffio valga una settimana di mutua, una sbucciatura dieci giorni, la lussazione a un dito venti giorni e così via.

 

Anche sul numero dei “feriti” ci sarebbe da obiettare, visto che i sindacati di polizia parlano di duecento agenti che hanno subito lesioni (in pratica gli scontri di Chiomonte sarebbero stati una specie di battaglia di Waterloo…), ma non è questo il punto. La questione rilevante è invece la concezione sempre più privatistica ed economicista dell’ordine pubblico. È vero che gli agenti sono pagati poco più di mille euro al mese per andare a rischiare la pelle, o quanto meno le ossa, in delicate operazioni di mantenimento della sicurezza. E che, come diceva Pasolini più di quarant’anni fa, «i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano».

 

Ma resta in fatto che l’iniziativa ha un po’ il sapore della minaccia preventiva verso chiunque abbia in mente di contestare in piazza.  Di solito vengono chiesti i danni anche ai rapinatori, agli spacciatori di droga e ai camorristi? Intanto all’orizzonte si odono preoccupanti boatos circa l’intenzione del governo di “aprire” alle carceri private, come negli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro, torna di moda l’avviso di cui si parlava più sopra: “Non disturbate il manovratore”.

 

Giorgio Ballario


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