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Quando l’Airone chiuse le ali

CastellaniaTORINO 2 gen (Però Torino) - Il suo mito è rimasto tale. Il 2 gennaio 1960, alle 8,45, l'Airone del ciclismo italiano, Fausto Coppi, chiude le ali. Il lungo volo finisce per sempre, in un'Italia che accoglie la sua morte con commozione. Il boom economico, in quei giorni, può aspettare. Coppi muore per una febbre che nessuno, tra i dottori a cui si è sottoposto, ha saputo riconoscere per malaria. Sarebbe bastato il chinino, la stessa cura che ha salvato l'amico ciclista, Raphael Geminiani, il francese che aveva organizzato nel dicembre del 1959 - con lui - il viaggio nell'Alto Volta (oggi Burkina Faso). In quei giorni Coppi aveva partecipato ad una corsa e poi a una battuta di caccia nella boscaglia attorno a Ouagadougou, dove aveva contratto la mortale malattia da cui era scampato durante la guerra, fresco vincitore del suo primo Giro d'Italia. Fatto prigioniero dagli inglesi a Capo Bon in Africa, nel maggio del 1943 era stato internato a Megez el Bab e poi trasferito al campo di concentramento di Blida, presso Algeri. Primo Gorini, preso in Sicilia nell'estate del 43, raccontò: ''Lo vedevamo tremare tutto, tremava come una foglia lì a due passi da noi, la notte gli davano pastiglie gialle di chinino. Tremava e parlava poco''. I medici italiani che si presero cura di Coppi, sedici anni più tardi, non seppero riconoscere la malaria, che venne diagnosticata solo dopo la morte. Seguirono inchieste e polemiche. Poi il silenzio. Rimase così il mito, un mito nato a Castellania - in provincia di Alessandria - il 15 settembre 1919 e che aveva raccolto, in tanti anni di carriera, cinque Giri d'Italia (1940, 1947, 1949, 1952, 1953), due Tour de France (1949, 1952), un campionato del mondo (1953), tre Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), cinque Giri di Lombardia (1946, 1947, 1948, 1949, 1954), una Parigi-Roubaix (1950), una Freccia Vallone (1950), quattro campionati italiani (1942, 1947, 1949, 1955).
Andava avanti verso qualcosa o via da qualcosa, andava avanti senza fermarsi mai. Era la cosa migliore che sapeva fare nella sua vita. I tanti italiani che ancora lo ricordano e ne amano il nome lo sapevano bene. E per tutti loro è ancora il Campionissimo, uno di quegli atleti da commentare con quella frase così lapidaria e veritiera: ''Uno così non nascerà più''.

Mario Bocchio

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